Home
INFORMAZIONE PER LA RETE DEI SARDI, DENTRO E FUORI LA SARDEGNA
Disterru 4.0, è ancora tempo di migrare? Presentazione-dibattito il 3 febbraio a Cagliari PDF Stampa E-mail
Succede in Sardegna - Cultura e societĂ 
Sabato 03 Febbraio 2018 00:00

Sabato 3 febbraio 2018, alle ore 17, nella sede della Fondazione Sardinia (Piazza San Sepolcro, 5 Cagliari) verrà presentato lo studio “L'emigrazione qualificata in Sardegna dal 2004 a oggi”. La presentazione è nata dalla collaborazione tra la Fondazione Sardinia e l'associazione Tramas de Amistade, rispondendo alla vocazione e alla missione degli enti proponenti. Colma un vuoto presente nell'attuale dibattito socioculturale e risulta particolarmente pregnante in questo tempo di avvicinamento agli appuntamenti elettorali, sia nazionali che locali. Saranno presenti gli autori, Mariangela Piras e Enrico Lobina. L'incontro è pubblico e gratuito con registrazione su eventbrite.

Lo scopo della ricerca è fotografare l’emigrazione giovanile qualificata, un argomento  particolarmente  cogente  su  cui  discutere  oggi  in  Sardegna.  L’attualità  del  tema  è sottolineata  dal  numero  di  pubblicazio ni  giornalistiche che  analizzano  il  fenomeno  da  punti  di  vista  diversi,  scomponendolo  fino  a  risalire  alle  premesse  sociali  e  politiche che possono averlo caratterizzato.
Il  segmento  temporale  inquadrato  è  il  2004 - 2017. L’anno 2004 coincide, infatti, con  l’inizio del progetto  Master and Back e i dati  relativi a questo programma hanno permesso  di  avere  una  chiara immagine  dell’entità  del  fenomeno  migratorio  e  soprattutto  di  individuare  alcune criticità del sistema che hanno spinto, non solo i beneficiari del programma, ma anche  altri  giovani  sardi  ad  abbandonare  l’isola  per  trovare  condizioni  di  lavoro  più  soddisfacenti e coerenti con il loro percorso accademico e formativo.

La Sardegna non è una regione per cui l’emigrazione è un fenomeno inedito e tuttavia è stato rilevato che negli anni recenti, i soggetti emigrati hanno caratteristiche estremamente diverse rispetto a coloro che sono emigrati nel secondo dopoguerra. Si  tratta di giovani, estremamente qualificati, formati con strumenti e risorse locali e  partiti per mettere maggiormente a frutto le conoscenze acquisite in ambito accademico.

Evento pubblico e gratutio con registrazione su Eventbrite

 
Don Ettore Cannavera e i segreti della “Collina” PDF Stampa E-mail
Editoriali - Daniele Madau
Giovedì 01 Febbraio 2018 11:17

In occasione del conferimento dell' onoreficenza, la cui notizia è di qualche settimana fa, di “Commendatore della Repubblica”, siamo saliti alla comunità La Collina, poco fuori Serdiana, a trovare Don Ettore e scoprire i motivi di questo riconoscimento.

Di Daniele Madau

Certi incontri lasciano il segno e il perché si capisce e non si capisce; “l'essenziale è invisibile agli occhi” - abusata frase del Piccolo Principe - ma, a volte, incomprensibile anche alla mente. E ora capisco che questo incontro mi ha dato qualcosa, più di qualcosa ma lo comprendo soprattutto per una serenità di cuore che ho avuto, e ho, di cui non riesco a realizzare ancora bene la causa.
Innanzitutto, La Collina...La Collina è un complesso di abitazioni, sale per convegni, presentazioni e incontri, campi, biblioteche, luoghi di spiritualità. Dalla sua sommità si gode di un magnifico panorama. E' però, soprattutto, un luogo di detenzione alternativo, che ha tanti segreti, nel suo garantire, a chi lo ha vissuto, una quasi totale percentuale di reinserimento nella società: la bellezza architettonica e del luogo in cui sorge, il fatto che i ragazzi – dai 18 ai 25 anni – lavorino, creino prodotti, come il vino e l'olio, che vengono venduti e dai quali ricevono una parte dello stipendio e, certamente, forse il segreto più importante, la presenza di chi l'ha pensato (donando  per la sua creazione i terreni di famiglia) e lo guida.
Pensato o sognato? Forse è meglio sognato, ma il risultato è un sogno molto reale, un luogo quasi utopico che, però, esiste.
“Quasi utopico” e non del tutto utopico: perché in verità queste realtà sono le uniche logiche, efficaci, rispettose dei detenuti e delle tasse dei cittadini che le finanziano.
Tutto nasce dalla fiducia nei ragazzi e nel ritenere gli ospiti della comunità solo vittime della società e di circostanze avverse: e possiamo chiederci se non sia una considerazione di assoluto, e semplice, buon senso, di un'immediatezza naturale, logica. Eppure, non sembra proprio che la società la percepisca così.

 

 
La svolta storica del Moby Prince: anche sulle stragi italiane può esistere la verità PDF Stampa E-mail
Editoriali - Daniele Madau
Giovedì 25 Gennaio 2018 16:50

Tramas de Amistade ha seguito, dalla sua istituzione, il lavoro della Commissione Parlamentare d'Inchiesta sulla tragedia del Moby Prince, seguendo il naturale desiderio di veritĂ  insito in ognuno di noi e il desiderio di non dimenticare tante vittime innocenti, 140, tra cui molti sardi. Ora possiamo gioire, per i contenuti della relazione finale, con Luchino Chessa, figlio del comandante, morto, con la moglie, nell'adempimento del suo lavoro e vittima di accuse infondate.

Di Daniele Madau

La Commissione Parlamentare d'Inchiesta istituita per far luce sul disastro del Moby Prince, a causa del quale hanno perso la vita 140 cittadini italiani – quasi il doppio dei passeggeri del DC9 di Ustica- e tanti sardi, ha terminato i suoi lavori e presentato, il 24 gennaio, i contenuti della relazione finale.
E' stata una giornata di gioia e soddisfazione, intima ma da condividere con tutta l'Italia assetata di verità, per i parenti delle vittime: la Commissione, infatti, ha accertato che l'inchiesta portata avanti dalla procura di Livorno è stata carente e condizionata da eventi esterni. Questa affermazione risuona come un grido di liberazione, per tutti noi abituati ai muri di gomma.
Altri punti cardine, che ribaltano l'esito delle precedenti inchieste giudiziarie ormai concluse, sono il fatto che non ci fosse stato dolo da parte del comando del Moby, che la Petroliera Agip Abruzzo si trovasse in un luogo in cui non poteva stare e in una posizione diversa da quella che la magistratura aveva ipotizzato. La nebbia, la grande accusata, non c'era – in una notte limpida – ; e, soprattutto, la parte più drammatica: i soccorsi che non sono mai arrivati, le persone che sono morte soffocate o bruciate, benché, come confermato in audizione dal mozzo Bertrand, lui stesso avesse informato i suoi soccorritori della presenza di persone ancora in vita.
Luchino Chessa, figlio del comandante Ugo, può finalmente parlare di vittoria di tutta la repubblica italiana e della democrazia, in questa lotta per la verità.

 

 
La famiglia Marzotto compra la Cantina Mesa nel Sulcis. "Land grabbing" o nuovo sviluppo? PDF Stampa E-mail
Editoriali - Altri autori
Venerdì 19 Gennaio 2018 00:00

La recente acquisizione da parte della famiglia Marzotto dei 70 ettari di vigneti della Cantina Mesa (vedi articolo "La famiglia Marzotto compra la Cantina Mesa"), nel Sulcis, lascia sul campo non pochi interrogativi sui potenziali rischi per le comunità locali e il territorio. Riportiamo al riguardo un articolo di Mario Spezia, che parla della diffusione del land grabbing ("accaparramento delle terre", ndr) attraverso l’esempio delle colline veronesi, martoriate come le sorelle trevigiane dall’industria vitivinicola, dalla perdita di saperi locali,  terreno fertile per speculazioni finanziarie.

Di Mario Spezia*

A proposito di corsa alla terra, fa poca differenza che si pianti jatropha in Senegal o vigneti in Valpolicella: si tratta comunque di accaparramenti a scopo di lucro che tolgono alle popolazioni il controllo delle loro terre, la sovranità alimentare ed il diritto alla mobilità sui territori. L’accaparramento delle terre (land grabbing) è un fenomeno vecchio, si pensi alle “conquiste” europee e alle colonie, ma negli ultimi decenni ha assunto una connotazione nuova, molto aggressiva e preoccupante.

Anche Verona e provincia conoscono bene da decenni il fenomeno dell’accaparramento dei terreni, molto evidente soprattutto nella zona collinare. Durante la prima metà del secolo scorso il territorio collinare era coltivato in maniera intensiva. Le foto del grande geografo veronese Eugenio Turri descrivono in maniere chiara la situazione. A volte si trattava di piccoli appezzamenti, più spesso di grandi proprietà fondiarie coltivate in regime di mezzadria. Le strade selciate, le capezzagne, i sentieri avevano una funzione vitale in questo sistema di coltivazione: permettevano a tutti di raggiungere le varie proprietà e di trasportarvi beni e strumenti. Ogni tratto di quella mappa non scritta aveva un nome, una storia, dei segni di riconoscimento, dei “diritti” noti a tutti e da tutti rispettati.

 

 
La famiglia Marzotto compra la Cantina Mesa, regina del Carignano del Sulcis PDF Stampa E-mail
Succede in Sardegna - Imprenditoria
Mercoledì 17 Gennaio 2018 00:00

Se il vitigno del Carignano è diventato così apprezzato e amato in Sardegna, in Italia e nel mondo, è anche grazie alla Cantina Mesa di Porto Pino, che produce anche ottimi Cannonau e Vermentino. La famiglia Sanna, che l’ha creata e promossa, oggi ha ufficializzato la cessione della quota di maggioranza a Santa Margherita Gruppo Vinicolo, che fa capo al gruppo Marzotto.

«Da oggi – si legge in una nota – la famiglia Marzotto e la famiglia Sanna lavoreranno insieme per portare con maggior forza nel mondo i prodotti della Sardegna, in particolare i suoi nobili vitigni: Vermentino, Carignano del Sulcis e Cannonau».
«Con l’ingresso della famiglia Marzotto, cui ci lega una profonda amicizia, per Cantina Mesa si apre una nuova stagione di crescita – sottolinea il fondatore Gavino Sanna -. Abbiamo posto le basi per una grande proiezione internazionale dei nostri vini, confermandone l’assoluto valore e portando ulteriori investimenti in questa regione nel cuore del Mediterraneo, assecondandone la vocazione agricola e sostenibile».

«Cantina Mesa è un gioiello del nostro Mediterraneo: cercavamo da tempo un’opportunità in Sardegna, terra di grande vocazione, che merita investimenti per uno sviluppo internazionale, per la qualità e autenticità delle sue genti, terre e vini – aggiunge Gaetano Marzotto, presidente di Santa Margherita Gruppo Vinicolo -. Questa collaborazione va letta come il segno della volontà del nostro Gruppo di completare la sua presenza nelle regioni italiane più vocate alla viticoltura, cercando le realtà più interessanti, dal forte potenziale narrativo, proiettandole in una più vasta dimensione internazionale grazie al nostro radicamento in ben novanta mercati».

(fonte: vistanet.it)

 
<< Inizio < Prec. 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 Succ. > Fine >>

Joomla templates by a4joomla

Questo sito utilizza cookie, anche di terze parti, per migliorare la tua esperienza e offrire servizi in linea con le tue preferenze. Cliccando sul pulsante “agree” acconsenti all’uso dei cookie. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie consulta la sezione dedicata facendo click su “privacy policy”. To find out more about the cookies we use and how to delete them, see our privacy policy.

I accept cookies from this site.

EU Cookie Directive Module Information