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Startup down, esce in formato elettronico gratuito il primo libro sardo sulle startup PDF Stampa E-mail
Succede in Sardegna - Imprenditoria
Giovedì 10 Agosto 2017 00:00

“Startup down–storia felice di un fallimento”, di Nicola Manca e Jacopo Deidda Gagliardo. Oggi (giovedì), esce in formato elettronico gratuito il primo libro sardo sulle startup. Gli autori hanno utilizzato lo strumento della narrazione come base di partenza per un progetto articolato in più fasi. Partendo dal fatto che fallire non sia sinonimo di “essere un fallito”, il testo vuole dare spunti e stimoli ai suoi lettori, incoraggiandoli a provare e non arrendersi alla prima difficoltà. I due giovani autori, entrambi consulenti aziendali, hanno trovato nella Mag Acanta e nelle figure del presidente Fabrizio Palazzari e del vicepresidente (nonché co-fondatore di Banca Etica) Giovanni Acquati, il supporto per far nascere e strutturare il loro progetto, la cui base di partenza è la condivisione.

Il primo libro sardo sulle startup sarà scaricabile in formato gratuito dal sito internet Acanta.eu. Si tratta di un progetto editoriale che ha visto la partecipazione di tanti professionisti che hanno voluto dedicare gratuitamente il loro tempo ed i loro consigli in modo che tanti giovani (e non) startupper potessero avere un ulteriore strumento per la riuscita della loro impresa. Il testo uscirà in otto puntate (il martedì ed il giovedì). Una volta ultimate le uscite, verrà reso disponibile in formato elettronico (ma è prevista anche una versione cartacea) con in aggiunta un vero bagaglio di strumenti utili per chi decidesse di diventare imprenditore (o lo sia già). Sono state infatti predisposte sei macroaree, trattate ciascuna da un professionista del settore, contenenti pillole e suggerimenti frutto di esperienza sul campo e che difficilmente si trovano sui libri strettamente tecnici.

 
Intervista a Giampaolo Salice, autore del saggio “Dal villaggio alla nazione – la costituzione della borghesia in Sardegna”, di Michela Deriu PDF Stampa E-mail
Editoriali - Altri autori
Martedì 01 Agosto 2017 08:18

Dal villaggio (Benetutti)  alla nazione  – la costituzione della borghesia (in particolare la famiglia di Francesco Cocco Ortu, 1842-1929) in Sardegna (AM&D Edizioni, anno 2011, pag 316) è un saggio di Giampaolo Salice. In questo libro  l’autore percorre le strade che, grazie ad abili intrecci matrimoniali che generano un considerevole incremento patrimoniale, portano alcune famiglie dell’interno a costruire la nuova élite borghese che avrà un ruolo fondamentale nella storia della nostra isola.

Di Michela Deriu

1) Da Benetutti a Roma, che strade hanno percorso le famiglie paterne e materne di Francesco Cocco Ortu per costruire la loro fortuna? Di quali armi si sono avvalse?
Il progetto di grandezza di una famiglia è un fatto storico multigenerazionale e policentrico, al quale partecipano donne e uomini, analfabeti e laureati, genti di montagna e di pianura, cognomi di campagna e altri di città. Una mescola di destini e prospettive che in Sardegna è maturata all’ombra delle istituzioni feudali e dentro gli uffici periferici dell’amministrazione regia, nelle giunte locali dei monti di soccorso e nelle parrocchie. Il centro fondamentale del potere è sempre il possesso stabile ed esclusivo della terra. Ma le élite sono tali anche perché sono capaci di congelare i fundamentus dei villaggi, ad esempio difendendo strenuamente le forme collettive di gestione della terra e impedendo le chiusure. Insomma, si chiude o si tiene aperto a seconda delle convenienze dei due o tre cognomi che dominano in paese.

Dal villaggio alla nazione è nato dal tentativo di ricostruire questi percorsi adottando una famiglia come caso di studio per spiegare l’ascensione sociale di una intera nuova élite. Un gruppo sociale che per tutta l’età moderna resta in ombra, perché esclusa dalla gestione del potere politico e con possibilità estremamente limitate di interlocuzione diretta col sovrano. E perché arriva tardi, a volte tardissimo, all’alfabetizzazione.

Fattori che non impediscono alle élite rurali di accumulare terre, siglare matrimoni strategici, gestire in prima persona le risorse fondiarie del proprio villaggio. Tutte azioni che costruiscono consapevolezza, aumentano gli orizzonti psicologici delle famiglie e la loro fame di prestigio. Col tempo la scalata si fa sempre più ripida. Per crescere ancora e arrivare in alto, dove si decide davvero, ci si mette contro il foro baronale e i suoi ministri, si mandano i figli all’università e questi diventano notai, avvocati, medici, intellettuali.

 
Sabrina Sabiu è il nuovo assessore della Cultura, Turismo e Spettacolo del comune di Carbonia. PDF Stampa E-mail
Succede in Sardegna - Cultura e societĂ 
Domenica 23 Luglio 2017 20:58

Sabrina Sabiu ha accettatto l'incarico proposto dal sindaco Paola Massidda, entrando a fare parte della giunta pentastellata del comune di Carbonia. Con la nomina della dottoressa Sabiu, la giunta è adesso al completo.

Classe 1965, nata a Giba e residente a Palmas, laureata in Filosofia e specializzata in museologia, museografia e gestione museale. Ha all’attivo numerose pubblicazioni nell’ambito della storia locale e dell’archeologia industriale.

Sabrina Sabiu ha un bagaglio culturale ed un'esperienza professionale che possono essere proprio adatte a ricoprire questo ruolo proprio in una città come Carbonia. Una città  che, non dimentichiamolo, è innanzitutto una città di fondazione con una storia importante e con un bagaglio culturale in grado di diventare un volano economico per tutto il territorio.

Segnaliamo alcuni degli articoli di Sabrina Sabiu pubblicati negli ultimi anni su tramasdeamistade.org:

 
Emanuela: la gioia di vivere e il destino in via D’Amelio, nel ricordo di Claudia Loi PDF Stampa E-mail
Editoriali - Daniele Madau
Martedì 18 Luglio 2017 20:01

25 anni fa, la strage di via D’Amelio: un’altra coltellata al quel corpo straziato italiano, che ci ha portato via Paolo Borsellino, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina, Claudio Traina ed Emanuela Loi.  La nostra Emanuela. Scrivere di quei fatti non è semplice quanto è doveroso; si avverte il rischio di non aggiungere niente a tutto quanto è stato detto, studiato, ricostruito: eppure, per la giustizia italiana, ancora c’è bisogno di processi per giungere ad una verità, che non sia solo giudiziaria. Personalmente, poi, parlare di Emanuela è doloroso, coinvolgente: ricordo ancora, troppo, bene il giorno in cui sentii la notizia, e da quel momento in poi sono cresciuto col suo ricordo. Nel dialogo con la sorella Claudia, che ci ha accolti col marito Enrico in casa dei genitori, però, naturalmente creiamo un’intervista, un dialogo, in cui emerge soprattutto quella che era la sua gioia di vivere: e così, il parlarne, è meno doloroso.

Di Daniele Madau

Dopo Capaci, via D’Amelio: a ripensarci, 25 anni dopo, cosa proviamo? Dolore, smarrimento, incredulità, desiderio di unirsi, prendersi per mano e sconfiggere insieme, come Italia, quella “misteriosa e onnipotente mafia” – come la definì Paolo Borsellino – una volta per tutte, per poi festeggiare per le strade, coi canti e balli, come dopo la caduta del nazifascismo. Già, però, mentre il nazifascismo è davvero svanito, facendo sbocciare sulle sue ceneri la speranza, a 25 anni di distanza dalle stragi di mafia, non abbiamo ancora la sensazione che tutto sia passato: ci guardiamo ancora feriti, traballanti, come parti di una nazione ferita e traballante, che ancora protegge il mistero, che istituisce processi in cui lo Stato è accusatore e accusato, vittima e carnefice.
“Ma chi è lo Stato? Lo Stato siamo noi”; e su questo siamo d’accordo con Claudia e il marito Enrico. Lo Stato siamo noi, nonostante tutto: nonostante Borsellino sia morto con la sensazione che ad ucciderlo non sia stato solo la mafia, nonostante Emanuela facesse da scorta a obiettivi sensibilissimi – ma sì, diciamolo pure brutalmente, con le parole di Borsellino stesso – a morti che camminano – senza aver potuto svolgere il periodo di addestramento.
Quel periodo di addestramento avrebbe dovuto svolgerlo in Sardegna, ed è per questo che Emanuela, nella sua voglia di Sardegna e di casa, lo scelse: ma non ne ebbe il tempo.

 
Doddore, l’umiltà tenace sino alla morte PDF Stampa E-mail
Editoriali - Daniele Madau
Giovedì 06 Luglio 2017 06:52

Salvatore "Doddore" Meloni è  morto il 5 luglio 2017 all'ospedale Santissima Trinità di Cagliari, dove era stato ricoverato dopo due mesi di sciopero della fame in carcere. Personaggio di spicco dell'indipendentismo sardo, 74 anni, era in carcere per essersi rifiutato di pagare l’iva in quanto non riconosceva lo stato italiano. Non aveva mai rifiutato di sottoporsi a giudizio (per il quale ha vinto la sua battaglia di avere un procedimento in sardo e italiano) e aveva deciso di consegnarsi spontaneamente al carcere una volta che la pena era passata in giudicato. A quel punto si era dichiarato “prigioniero politico”, iniziando un lungo e fatale sciopero della fame e della sete. La sua scomparsa avviene a pochi mesi di distanza da quella del radiologo e ambientalista Vincenzo Migaleddu,  un altro convinto attivista e combattente in difesa della salute del popolo sardo.

Di Daniele Madau

Non mi aspettavo la morte di Doddore Meloni. La notizia è stata il classico fulmine al ciel sereno: forse perché avevo sottovalutato il suo sciopero della fame, come avevo sottovalutato tanti aspetti della sua battaglia, che è stata la sua vita.
Forse contribuiva – parlo sempre personalmente – a questo quel suo sorriso così ampio, così marcato di certe suo foto, quando si apriva sotto i baffi folti: non era un sorriso beffardo, era un sorriso dolce, autentico, che si ritrovava nel nuovo conio della repubblica di Malu Entu come nei vini della stessa repubblica.
Ha voluto, a volte, fare il beffardo, prendere in giro le autorità e la massa, cercando il gesto estetico, eroico e decadente di D’Annunzio: ma lui non era D’Annunzio; era più sincero, più povero, forse più ignorante: più vero.
Queste righe non saranno di esaltazione, anche se chi muore combattendo, tranne i terroristi ( e non credo abbia mai voluto esserlo), raggiunge un’alta dignità. Pensiamo a Custer.

 
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