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Intervista al regista Enrico Pau, di Roberto Zuddas PDF Stampa E-mail
Editoriali - Altri autori
Venerdì 06 Ottobre 2017 08:15

Enrico Pau è una delle figure di spicco del cinema sardo. Laureato alla facoltà di lettere di Cagliari, è professore di italiano nelle scuole superiori. Si dedica fin da giovane a collaborazioni artistiche, che lo portano a scrivere programmi e sceneggiati radiofonici. Lavora a numerosi spettacoli teatrali, in veste di attore, poi di regista.
Ha all’attivo cortometraggi, documentari e tre lungometraggi: “Pesi leggeri” (2001), la storia di due pugili che cercano la vittoria sportiva e il riscatto personale, “Jimmy della Collina” (2006), il racconto di un ragazzo ribelle che vive in una comunità di recupero e “L’accabadora”, una storia ambientata nella Cagliari martoriata dai bombardamenti della seconda guerra mondiale. Il suo cinema presenta spesso il punto di vista degli ultimi ed è caratterizzato da una raffinata cura per la costruzione delle immagini. Ne “L’accabadora” risalta particolarmente questa cura: le pause sono dosate con sapienza, i dialoghi centellinati, si percepisce l’attenzione per la resa finale. Un prodotto molto particolare, nel corso del quale la protagonista emana una sorta di aura misteriosa ed affascinante.
In occasione della presentazione del suo ultimo cortometraggio alla mostra di Venezia, l’ho contattato per  parlare dei suoi lavori passati e presenti e dei progetti futuri. Il tempo dell’intervista a Enrico è passato piacevolmente, mentre rispondeva alle mie numerose curiosità sul suo modo di fare arte e sulla sua visione del cinema contemporaneo.

Di Roberto Zuddas

Enrico Pau: regista, sceneggiatore, insegnante. Ho dimenticato qualcosa?
Sì, ho collaborato con la Nuova Sardegna, quindi sono anche pubblicista. Inoltre ho passato tanti anni nel mondo del teatro, al quale tengo molto. Posso anzi dire che il teatro sia la mia vera grande passione.

Dunque ti senti un regista di teatro prestato al cinema?
Beh, sì. Anche perché ho fatto poco teatro rispetto al cinema o, per meglio dire, meno di quello che avrei desiderato fare. Decisamente mi sento un regista di teatro, anche se sono condannato a fare il cinema (ride). Ovviamente scherzo, però il teatro è nel mio codice genetico, la mia formazione teatrale ha una grande influenza sul mio modo di fare il regista.

Leggo anche di un passato da attore.

Ho davvero fatto tanti anni di teatro, e purtroppo per il pubblico ho anche recitato (ride). L’esperienza che decisamente mi ha lasciato il segno più di altre è stata con Rino Sudano, con il quale ho interpretato il Woyzeck di Büchner al teatro dell’Arco.

 
Libertà e conoscenza , libertà è conoscenza. Tramas de Amistade all’apertura dell’anno accademico PDF Stampa E-mail
Editoriali - Daniele Madau
Venerdì 06 Ottobre 2017 07:49

Lunedì 2 ottobre 2017 nell’Aula magna del Palazzo del Rettorato si è svolta la solenne cerimonia di inaugurazione dell’Anno accademico 2017/18 dell’Università degli Studi di Cagliari, alla presenza del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella e della senatrice a vita Elena Cattaneo. Di seguito il racconto del nostro invitato Daniele Madau, con una breve intervista alla senatrice Cattaneo.

Di Daniele Madau

L’inaugurazione dell’anno accademico, celebrata lunedì 2 ottobre dall’Università di Cagliari, ha avuto come filo conduttore il percorso verso le fonti dell’università stessa, verso il suo cuore e, in fin dei conti, verso il cuore stesso dell’uomo: la conoscenza e la cultura. Gli accedemici invitati erano funzionali a questo fine, soprattutto colei a cui è stata riservata la prolusione, la senatrice a vita Elena Cattaneo; ospite d’onore, in occasione anche delle commemorazioni per l’ottantesimo anniversario della morte di Gramsci, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

E’ un periodo storico, nel nostro Paese, in cui, faticosamente, la cultura e la conoscenza tornano a essere oggetto identitario dello stato italiano, del suo uomo e del suo cittadino: una nuova, timida, primavera le cui primizie sono minacciate da eventi atavici – ma non vogliamo scrivere congeniti, in un articolo in cui si parla di libertà dell’individuo - conosciuti ma non combattuti, come quelli della corruzione, e depravazione, all’interno delle università.
Quando, però, come in questa occasione, gli interventi toccano la libertà come frutto della conoscenza, è naturale intuire e avvertire come il discorso si elevi verso quei cieli e quelle corde in cui si può avventurare l’uomo, ogni uomo, seguendo la sete di conoscenza scolpita nel nostro cuore, il cuo modello è in Ulisse, quello di Omero e di Dante.
Allora l’Università riscopre tutto il suo senso di esistere, allora una cerimonia pomposa, stridente – almeno da noi che non sempre celebriamo il nostro passato e le nostre tradizioni, forse per il pudore e la vergogna verso il presente - e, a voler essere taglienti, autoreferenziale, diventa imprescindibile.

 
Lo sguardo sul mondo dal nostro campanile, di Salvatore Cubeddu PDF Stampa E-mail
Editoriali - Salvatore Cubeddu
Domenica 10 Settembre 2017 10:06

Quella di giovedì scorso, con un variegato popolo di manifestanti scesi in piazza a Cagliari per dire no alla riforma della rete ospedaliera, è stata con quella dei pastori di agosto l’unica manifestazione con tematiche di massa degli ultimi due anni. E' il sintomo di una sperimentata infruttuosità del metodo vertenziale e della mancanza di prospettiva del continuare a mantenere o consolidare i troppi esiti infausti dei lunghi decenni che ci trasciniamo dietro. Come ben richiamato da Salvatore Cubeddu - in questo editoriale della domenica - in Sardegna tutti noi siamo chiamati a superare la fase vertenziale. Perchè "la critica giusta è necessaria, ma non sufficiente. Se da sola, può risultare persino dannosa, se non mira alla ri-costruzione."

La via Roma di fronte al Consiglio regionale è già stata liberata per diventare piazza. Ma è difficile da credere che i pochi sindaci in fascia e gli infermieri e i medici in borghese divellino i bastoni dei pochi ombrelloni per dare l’assalto al palazzo del parlamento sardo chiamato a decidere il ridimensionamento dei loro ospedali e presidi sanitari. Qualche mese fa si erano mossi anche i sindacati di categoria: sono infatti in gioco l’adeguatezza dei servizi nelle zone interne, ma pure ruolo, redditi, relazioni sociali, equilibri territoriali in una Sardegna allo sbando da decenni.

E così, alla definitiva agonia della petrolchimica si continua ad offrire ed a chiedere un’assurda ed improponibile ‘chimica verde’; ad un pugno di operai sulcitani non si ha il coraggio di dire la verità sull’inaccettabilità di quegli scarichi industriali; si vanta e veniamo chiamati a godere di un successo turistico di cui non calcoliamo quanto scarse siano le briciole che ricadono sulla nostra mensa. Ciechi, sordi e muti: non c’è prospettiva nel mantenere o consolidare i troppi esiti infausti dei lunghi decenni che ci trasciniamo dietro. E il non dirlo significa che non ci riflettiamo, e quindi non cerchiamo altro, non agiamo per innovare, ci lamentiamo nell’inutilità. Tutto questo deve finire.

Quella di giovedì scorso è con quella dei pastori di agosto l’unica manifestazione con tematiche di massa degli ultimi due anni, nel corso dei quali i più significativi cortei sono stati la celebrazione del clero per la festa del corpus Domini e, non licet l’accostamento, il variopinto percorso dei gay pride. Il fatto che i sindacati non chiamino il popolo a lotte di portata generale segnala soprattutto la sperimentata infruttuosità del metodo vertenziale. La lezione è da apprendere: non chiedere ad altri quello che è tuo compito costruire e decidere, non scaricare fuori da te le tue responsabilità. Il futuro lavorativo ed economico della Sardegna non può non passare attraverso una nuova estensione e l’incoraggiamento del lavoro autonomo, singolo o cooperativo che sia.

 

 
A più di 40 anni da “Padre Padrone”, è un altro, inaspettato, Gavino Ledda PDF Stampa E-mail
Editoriali - Daniele Madau
Sabato 26 Agosto 2017 09:50

Classico è un classico, perché corrisponde a tutte le definizioni che di “classico” si sono date; ma c’è dell’altro: ha segnato profondamente il suo autore e i suoi lettori, una terra, un’epoca. Ha creato dibattiti, anche aspri, e tanti sostenitori quanti avversari, come solo un fenomeno imprescindibile e rilevante può fare. Non basta: ha interessato diverse arti, perché è anche diventato un film acclamato e   un’espressione ormai entrata a far parte della lingua. “Padre Padrone” è sedimentato ormai nella nostra memoria, in quella della letteratura e del cinema italiano e mondiale e, nell’aspetto più interessante, ha rappresentato quel momento di passaggio della Sardegna da una realtà ancora intrisa di segni e detriti del passato, alla mutevole, ambigua modernità.

Di Daniele Madau

Nonostante Gavino Ledda abbia scritto da uomo ormai rinato e riscattato dalla condizione di pastore analfabeta, per noi il testo fu uno shock. Perché? E’ una domanda talmente complessa che, se ci fosse risposta, non potrebbe essere riassunta qui. Pensiamo solo, si parva licet componere magnis, per usare le parole di Virgilio (se è lecito paragonare le cose piccole alle grandi), a come reagiamo quando, da qualsivoglia fonte, scaturisce una offesa o un luogo comune contro noi sardi: con un istinto di difesa e reazione.

Eppure Gavino Ledda, che risponde dalla sua casa di Siligo situata davanti alla casa dei genitori, che, come Baddevrustana, fa parte ormai dei luoghi dell’anima sarda, ha lasciato da tempo dietro le spalle quell’opera bella e invadente, nata, come la grande letteratura, dalle ferite sanguinanti della vita e dalle loro cicatrici, segno di rinascita.

Per me, che l’ho letto solo da poco – ed è una colpa –, quel libro è stato soprattutto un grande esempio di riscatto attraverso la cultura, quindi una vicenda che si rende meravigliosamente universale e, di fatto, attuale.

 
Sviluppo locale e sostegno all'imprenditoria in Sardegna. Tutto giusto, tutto bello. A parole PDF Stampa E-mail
Editoriali - Amos Cardia
Domenica 13 Agosto 2017 15:08

Quando si parla di sviluppo locale e di sostegno all'imprenditoria in Sardegna uno degli attori principali chiamati in causa è quello pubblico, il cui ruolo è spesso anticipato e accompagnato da efficaci campagne pubblicitarie e divulgative. Per un imprenditore locale affidarsi a una delle tante iniziative di sviluppo locale significa innanzitutto investire tempo ed energie per partecipare alle attività previste, una scelta che però può diventare una vera e propria scommessa. Soprattutto in assenza di meccanismi di monitoraggio e controllo del reale impatto generato da queste iniziative. Pubblichiamo al riguardo questo contributo di Amos Cardia,  imprenditore locale e fondatore di Sardinia Biking.

Di Amos Cardia *

Cultura di impresa e marketing territoriale. Volani, acceleratori e incubatori sociali. Amministrazioni partecipate, start up e tecnologie smart. Modelli top-down e bottom-up. Matrici SWOT ed economie della condivisione. Facilitazioni di processo e approcci inclusivi. Capacità propositiva ed ecosistema produttivo. Collaborazioni pubblico-privato e attivazioni di circoli virtuosi. Networking, coworking e storytelling… Se siete un funzionario di qualche ente pubblico che deve promuovere lo sviluppo locale e vi serve qualche concetto per dare un senso al vostro ruolo, allora potete prendere qualche parola fra quelle elencate sopra. Farete un figurone, tanto nessun giornalista andrà a verificare e a documentare se a quelle parole sono seguiti i fatti e se agli eventuali fatti sono seguiti effetti positivi.

Però attenzione, ogni tanto qualcosa può andare male. Per esempio può succedere che qualche impresa e qualche cittadina/o del territorio, che conosce quelle parole, quei concetti e quelle tecniche da prima e meglio di voi, vi creda e frequenti le vostre riunioni. Questo è il peggio che vi possa succedere, che vi si creda. Allora sarebbero grossi guai. Perché credendoci ci metterebbe impegno, tempo, quindi soldi, fatti concreti, e lo stesso si aspetterebbe da voi. Poi andate a spiegare che era come un gioco di ruolo e che se non avete conseguito risultati non fa niente, perché tanto voi avete lo stipendio fisso, le ferie pagate, le tredicesima, la malattia pagata e che anche se non avete conseguito i risultati prendete lo stipendio ugualmente.

A me purtroppo non l’hanno spiegato, l’ho dovuto capire da solo e meno male che l’ho capito in tempo. Ho partecipato anni fa alle attività di un ente pubblico per sviluppo locale, ho sacrificato ore e giornate di lavoro ma alla fine non ne è derivato il guadagno di un solo cliente in più. Non mi interessano le polemiche personali e quindi non farò nomi e cognomi, fermo restando che sono a disposizione di chi voglia saperne di più, la questione è tutta politica, vale a dire che ci sono persone, retribuite con le tasse che pagano i cittadini e le imprese, che non conseguono i risultati e sono ugualmente retribuite come se avessero lavorato bene.

Un bel giorno la mia e altre imprese attive in un certo territorio sono invitate a fare proposte di attività utili alle imprese stesse, nei limiti di ciò che è consentito dalla programmazione dell’ente. La programmazione consente poco o niente di utile alle nostre imprese, non per colpa dell’ente, ci si dice, ma per colpa dell'Unione Europea e della Regione. Comunque scopriamo che sono consentiti dei seminari formativi e quindi veniamo invitati a fare una proposta per un ciclo di seminari di cui possiamo avere bisogno. Con altre imprese, in base alle nostre esigenze di formazione (inglese avanzato, informatica, marketing, archeologia e altro) presento la proposta, completa anche di nomi degli esperti dai quali avremmo voluto imparare, come ci era stato richiesto, ma la dirigenza dell’ente non organizza un bel niente, né con quegli esperti né con altri. Non fornisce alcuna spiegazione in merito alla mancata organizzazione dei seminari e non sembra afferrarre il concetto elementare che questa è mancanza di rispetto: mettere le persone a sacrificare il loro tempo a lavorare gratuitamente, per poi interrompere il loro lavoro e quindi non conseguire i risultati e avere fatto sprecare tempo a quelle persone.

 
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