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INFORMAZIONE PER LA RETE DEI SARDI, DENTRO E FUORI LA SARDEGNA
Meeting a Chia dei giovani sardi nel mondo. PDF Stampa E-mail
Editoriali - Fabrizio Palazzari
Martedì 28 Giugno 2011 00:00

Di Fabrizio Palazzari

Tra Cagliari e Chia vi sono uno stabilimento petrolchimico, campi di fieno a ridosso di ciminiere fumanti e di depositi di combustibile, un importantissimo centro di ricerca e sviluppo, impianti da golf, paesi dallo sviluppo costiero tumultuoso, orti e giardini, spiagge bianchissime ed alcuni tra i più rinomati e conosciuti resort dell’Isola. Ci sono anche le rovine archeologiche di Nora, una ricchissima tradizione dolciaria e molto altro.

Percorrere la S.S.195, la lingua di asfalto che poi prosegue per Teulada ed il Sulcis, è un po’ un viaggio attraverso gli ultimi sessanta anni di storia autonomistica sarda, e della sua continua ricerca di un modello di sviluppo economico. Dal Piano di Rinascita, con la raffineria Saras dei Rovelli e dei Moratti, sino al fiorire dell’industria turistico – vacanziera con i suoi blasonati centri vacanza prima e le colonie di seconde case dopo, passando, infine, per i distretti tecnologici.

E’ questo quanto hanno potuto osservare, con maggiore o minore consapevolezza, gli oltre 130 giovani discendenti di emigrati sardi arrivati all’aeroporto di Elmas e diretti a Chia per partecipare ai lavori del meeting “La Sardegna nel mondo”. Il meeting, organizzato dall’assessorato regionale del Lavoro e dall’Acli Sardegna, è stato, dopo la Conferenza internazionale dell’emigrazione “I sardi nel mondo” svoltasi a Cagliari nel 2008, una nuova occasione in cui i rappresentanti dei circoli sardi, delle federazioni, delle associazioni di tutela ma soprattutto tanti giovani con origini sarde si sono potuti incontrare e conoscere.

 
Quale futuro per la Sardegna? Di Fabrizio Palazzari PDF Stampa E-mail
Editoriali - Fabrizio Palazzari
Lunedì 28 Febbraio 2011 00:00

di Fabrizio Palazzari

“La nave bianca si allontana e dietro un dente alto e bianco di calcare sparisce l’antica fortezza vedetta dei Fenici, l’avamposto d’Europa al respiro dell’Africa e d’Oriente alle porte d’Occidente”. E’ con queste parole che, nel 1995, la penna del mai dimenticato Sergio Atzeni descriveva la partenza di Ruggero Gunale che, “bocca aperta alle mosche, guarda con occhi umidi e impietriti la città che si allontana.”

La partenza e il distacco rappresentano, insieme al ritorno e al riavvicinamento, le due facce della stessa medaglia e sono fortemente correlate con le opportunità e le aspettative sul futuro in un dato tempo ed in un dato luogo. Pertanto, interrogarsi sul presente e sul futuro della Sardegna immaginando di trovarsi sul ponte della motonave del protagonista de “Il quinto passo è l’addio” costituisce un utile esercizio, non solo letterario, per riflettere sulla Sardegna di oggi, sulle sue contraddizioni e le sue risorse, sul suo ruolo nel Mediterraneo e nel Mondo e sulla capacità di essere artefice del proprio Destino. Sia chiaro, non si tratta di un compito semplice.

Soprattutto in questa fase storica, caratterizzata dalla mancanza di riferimenti politici chiari, da una generale crisi del modello di democrazia parlamentare e dalle ancora non meglio definite conseguenze delle drammatiche rivolte in corso nel Maghreb, le incognite che ci troviamo di fronte sono tante. Se poi a tutto questo aggiungiamo, a seconda delle percezioni individuali, il sollievo o la grande amarezza per il senso di incompiutezza del grande disegno riformatore avviato durante gli anni della Giunta Soru, il quadro è sufficientemente complesso per poter affermare come la Sardegna sia all’ennesimo bivio della sua storia recente.

Le sfide e le scelte che ci si trova di fronte sono ancora una volta quelle legate alla tutela del paesaggio e delle coste, alle politiche per l’istruzione e per il lavoro, alla riduzione delle servitù militari e alla lotta contro lo spopolamento dei paesi e il processo di deindustrializzazione in corso. Senza dimenticare come il prezzo più alto di questa crisi lo stiano pagando le giovani generazioni di sardi, sia in termini di disoccupazione che di prospettive future.

A tal proposito è molto significativo il dato relativo all’andamento delle partenze per il progetto europeo di mobilità studentesca Erasmus riguardanti l’Università di Cagliari. Nel corso del 2010, su 1047 borse di studio disponibili (di 550 euro mensili), sono partiti alla volta dei campus europei – dalla Gran Bretagna alla Polonia, dalla Spagna alla Germania – solo 480 studenti, ovvero meno della metà dei posti messi in palio. Mentre i loro colleghi tedeschi, francesi e scandinavi guardano sempre più, non solo al progetto Erasmus, ma anche e soprattutto agli scambi con le università cinesi, indiane e di altri Paesi emergenti, il dato dell’Ateneo Cagliaritano è in controtendenza e dovrebbe preoccuparci. Sembrerebbe, infatti, oltre alle cause dovute ai ritardi burocratici nell’erogazione delle borse, che si sia radicato tra i nostri studenti un senso di sfiducia verso la spendibilità, all’interno del mondo del lavoro sardo e più in generale italiano, di tutte quelle competenze, linguistiche, culturali e relazionali, che solo un’esperienza all’estero può offrire.

Pertanto ogni progetto per il futuro della Sardegna dovrebbe partire da queste considerazioni e porre in agenda come prioritarie le politiche per il sostegno dell’istruzione a tutti i livelli, per il collegamento tra Università e mondo del lavoro e delle imprese, per l’internazionalizzazione delle imprese e per l’istituzionalizzazione di percorsi di formazione continua per ogni categoria di lavoratori e lavoratrici.

Il tutto dovrebbe avvenire all’interno di un sistema aperto e trasparente capace di fornire le stesse opportunità di partenza a tutte le imprese, siano esse di tipo capitalistico o cooperativo, e di riconoscere il merito e la preparazione come requisiti più importanti per la selezione e valutazione delle competenze.

Più in generale, sarà solo con un elevato livello generalizzato di conoscenza e di istruzione che la Sardegna potrà contare su uomini e donne in grado di analizzare il presente, rielaborare le proprie conoscenze e competenze per applicarle alle opportunità contingenti e, in questo modo, adattare con consapevolezza la saggezza ed i saperi tradizionali a quelli che, secondo Dahrendorf, sono i pericoli che lo sviluppo porta con sé. Non si tratterà necessariamente di fare cose diverse, ma di fare le stesse cose in modo diverso.

 
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