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I giornalismi ai tempi di Twitter PDF Stampa E-mail
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Venerdì 14 Dicembre 2012 00:00

Di Martina Marras (da Sardinews novembre 2012)

Un dibattito organizzato a Cagliari da chi cerca di campare con gli uffici stampa

I giornalisti non esistono più. Tutti possiamo esserlo con un tweet: bastano un Iphone e un po’ di fortuna. O forse no. Come e quanto bisogna essere formati in un’epoca dove siamo bombardati da notizie, per potersi dire “professionisti dell’informazione”? E come destreggiarsi fra l’avanzare sempre più incalzante della tecnologia e le nostalgie per carta e inchiostri? Questi alcuni degli argomenti discussi nel workshop dello scorso 17 novembre “I giornalismi ai tempi di Twitter”, organizzato a Cagliari dal Gus Sardegna (giornalisti uffici stampa) e dal consigliere nazionale dell’Ordine dei giornalisti, Giuseppe Murru.

 

Tecnologia e informazione - Come ha sottolineato Pino Rea, giornalista e coordinatore Lsdi (Libertà di stampa, diritto all’informazione), i cosiddetti “nuovi media” non sono più tanto nuovi, in realtà. La fruizione di internet è cominciata almeno venti anni fa, e attualmente si tratta di un mezzo di comunicazione quasi imprescindibile. Twitter e Facebook sono importanti fonti di informazione: attirano una buona percentuale di lettori che tendenzialmente non leggevano il cartaceo. Questo non implica, tuttavia, che chi predilige il web riceva un’informazione sommaria, o quantomeno non sempre. “La reputazione della testata è fondamentale- ha puntualizzato Rea- il lettore non è acritico: si informa dalle fonti di cui si fida”. “Tutti possono twittare una notizia, è vero – ha sottolineato Barbara Sgrazi, giornalista - ma è anche vero che serve professionalità nella selezione del materiale, che ormai è davvero tantissimo”.
Qual è stato il grande apporto delle nuove tecnologie all’informazione, allora? Nell’opinione di Rea, la vera rivoluzione dei social network non consisterebbe nell’aver reso quasi indistinguibili i giornalisti dai dilettanti, quanto piuttosto nell’aver concesso a tutti di partecipare attivamente al dibattito sulle notizie, in tempo reale. Tutti hanno acquisito il diritto di esprimere la propria opinione intorno ai fatti di cronaca, politici, culturali e via dicendo. Sono passati i tempi delle lettere al direttore, accompagnate da infinite attese e speranze di vedere la propria firma sul giornale. Ancora una volta il buon esempio viene soprattutto dall’America. Guardian e New York Times sono, infatti, testate maestre in open journalism (giornalismo aperto): il confronto con il pubblico è considerato un valore aggiunto, anche se non sempre è facile accettare appunti e critiche. Fondamentale avere uno spazio dedicato all’opinione, gestito dal public editor (redattore civico) che si occupi di rappresentare gli interessi dei fruitori e aprirsi al fact checking, ovvero al controllo della notizia: refusi ed errata corrige esistono da sempre, del resto. “Non dobbiamo pensare che la tecnologia abbia semplificato la professione giornalistica – ha ribadito nelle conclusioni Rea – tutt’altro: gli strumenti crescono in numero e non sono così facili da usare”.

Falsi miti - È la solita vecchia storia: ciò che non è noto spaventa. E intorno ai social media si è detto tutto e il contrario di tutto. Barbara Sgrazi ha individuato una serie di falsi miti che potrebbero condizionare l’approccio ai media virtuali, ma dai quali bisogna assolutamente rifuggire.

1. Twitter è solo una moda passeggera. Falso, afferma con convinzione Sgarzi. “Non sappiamo se fra dieci anni esisterà ancora Facebook – ha commentato- ma è sicuro che questo tipo di comunicazione è vincente: io scrivo e tutti hanno immediatamente possibilità di replica”.

2. Non mi piace il social web. Falso, anche questo. “Il social web non esiste: internet lo fanno le persone, i social network non esistono in quanto tali – ha spiegato ancora Sgarzi- Se le cose che leggete sul vostro Twitter o Facebook vi sembrano stupidaggini evidentemente dovete cambiare cerchia di followings (persone con le quali interagire)”. Per Sgarzi non ha senso parlare di mondo reale e mondo virtuale. Sono fatti dalle stesse persone e inevitabilmente finiscono per coincidere.

3. Non uso Twitter perché è troppo tecnologico: falso, ancora una volta. La grammatica elementare di Twitter, come insegna Sgarzi, si impara in pochi minuti: @ per avvertire qualcuno che si vuole comunicare con lui; # per creare un hashtag, ovvero un’etichetta che renda immediatamente comprensibile l’argomento e che permetta una ricerca rapida per temi; RT (retweet) per condividere un Tweet (una notizia, un’informazione).

4. Internet ha peggiorato la scrittura. Anche questo non è vero: la tecnologia ci fa scrivere più di quanto siamo portati a credere. “Mentre prima gli italiani smettevano di scrivere con il tema della maturità e dopo qualche anno non erano nemmeno in grado di mandare un biglietto di auguri – ha commentato sarcastica Sgarzi- adesso con le e-mail e la tecnologia virtuale hanno più spesso l’opportunità di scrivere, anche se a volte in maniera erronea”.

Giornalisti oggi - Certo che -pur essendo aumentati gli spazi per esercitare la professione- la strada per diventare giornalisti oggi appare più in salita rispetto al passato: lunga formazione per avviarsi ad anni di precariato mal pagato, nella maggioranza dei casi. Come si può essere giornalisti vincenti? A questa domanda ha provato a dare una risposta Mario Sechi, giornalista e direttore de “Il tempo” fornendo una ricetta basata su quattro punti fondamentali: avere un blog, usare Twitter come se fosse un’agenzia di stampa, padroneggiare l’nglese e non disdegnare il lavoro di squadra.

 

 

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