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Lo spettro della meritocrazia, il fatturato e la generazione truffata PDF Stampa E-mail
Editoriali - Amos Cardia
Sabato 19 Ottobre 2013 08:59

Di Amos Cardia *
Käthe Kollwitz "Nie wieder Krieg" (1924)Uno spettro si aggira per i Comuni della Sardegna: lo spettro della meritocrazia, tornata alla ribalta da quando i bandi sono diventati lo strumento principale di sviluppo del territorio, mandando in soffitta la vecchia amministrazione diretta e centralizzata. Questa adottava decisioni politiche che diventavano provvedimenti, attività e opere, più o meno utili e belle, grazie al lavoro dell’abbondante personale interno alle amministrazioni stesse.

Oggi l’amministrazione diretta non esite quasi più, sconfitta dalla retorica che ha preso di mira per anni il settore pubblico, col risultato che la corruzione e gli sprechi ci sono ancora, perché si sono semplicemente spostati sul sistema dell’affidamento. In compenso è diventato difficile aggiustare persino una mattonella su un marciapiede. Se prima esistevano gli operai comunali che, con più o meno sollecitudine, derivante dall’ordine di servizio del loro superiore, andavano a scrafeddu, pajolu e cimentu e lo riparavano, oggi bisogna fare un bando, più costoso dell’ora di lavoro del vecchio operaio interno, e in quella mattonella rotta del marciapiede fanno in tempo a cadere intere generazioni.

 

L’arretramento culturale e morale della società italiana è evidente anche nella gran parte degli amministratori pubblici sardi – in questo, purtoppo, Sardìnnia est Itàlia – che non si oppongono alla corruzione involontaria, che si realizza quando gli amministratori adottano pessimi provvedimenti anche senza averne nessun interesse. Non hanno la competenza per adottare buoni provvedimenti perché se non conoscono un qualunque settore non hanno l’umiltà di indagarlo, sempre che ne abbiano la capacità e il carattere. Così, al posto della meritocrazia preferiscono le soluzioni sbrigative, ma fallimentari nel medio e lungo periodo, del corpo dei funzionari e delle funzionarie. Questi ultimi in generale assumono un potere crescente - spesso male usato - derivante proprio dall’assenza della politica, dall’assenza di uomini e donne che, una volta eletti, non si prendono le responsabilità connesse al loro mandato.

Così la meritocrazia, anziché una realtà, è ancora un fantasma e rischia di restare tale a lungo grazie all’ultima moda della pubblica amministrazione: i bandi con requisiti di fatturato. Questi consentono la partecipazione soltanto a soggetti con un fatturato aziendale o di settore più o meno alto, col risultato di limitare enormemente la partecipazione e quindi, statisticamente, la qualità. Oltretutto, che il grande fatturato aziendale o di settore si sia costituito con un lavoro sano o, al contrario, sottopagando o truffando dipendenti, fornitori o altri clienti, è una eventualità che solitamente agli amministratori pubblici italiani e sardi non interessa. Mi si risponderà che in Italia non è facile verificare la “fedina” aziendale, ma sono pronto a scommettere che in altri Stati dell’Unione Europea funziona diversamente.

Tornando ai requisiti di fatturato come criterio di ammissione alla partecipazione, dovrebbe essere chiaro che è proprio la più ampia partecipazione, associata a una severa selezione per merito, a portare a una più alta probabilità di un migliore servizio finale per l’utenza. Se questo, come si sostiene a parole, è l’obiettivo dell’amministrazione, requisito del bando deve essere l’inclusività. Soltanto dando la possibilità di partecipazione a un gran numero di soggetti si manifesta la possibilità che tra i numerosi concorrenti vi siano anche i più validi. Per questa ragione il bando non deve contenere alcuna limitazione alla partecipazione, devono essere ammessi alla selezione tutti i soggetti qualunque forma abbiano: associazione, cooperativa, impresa, ditta individuale, associazione di imprese, e anche, quando l’attività lo consenta, singola persona fisica.
I requisiti di fatturato, oltre che insignificanti - da quando la ricchezza è indice di bravura? - e dubbi moralmente - perché dovrebbero poter partecipare solo i ricchi? - sono stati recentemente dichiarati illegittimi anche dalla legge 135/2012, a meno che non sia esplicitata una congrua motivazione, che è realmente tale soltanto in rarissimi casi.

Andrebbe evitata anche una preferenza ai soggetti che hanno già svolto un servizio nello stesso sito per cui ci si candida. Questo non può essere un titolo di merito - perché aver lavorato in quel sito dovrebbe essere stato più professionalizzante che aver lavorato altrove? - né consentirebbe una partecipazione ad armi pari ad altri soggetti, facendo così cadere l’esigenza della inclusività.
Requisiti di merito devono piuttosto essere, come è ovvio, i titoli istituzionali degli operatori candidati (curricula studiorum) e le competenze e attività professionali già svolte, documentate e verificabili (curricula professionali).
Il peso da dare a queste due tipologie fondamentali di merito è questione sempre discussa, ma in generale è preferibile apprezzare maggiormente la componente professionale, dato che si trovano numerosi ottimi professionisti diplomati e/o laureati con voti bassi e altrettanto numerosi pessimi professionisti diplomati e/o laureati con voti alti.
Sulle discipline attinenti la mansione costituiranno titolo di merito le pubblicazioni, in quanto titolo facilmente verificabile. Sarà relativo il peso riconosciuto a pubblicazioni attinenti il sito, dato che un bravo studioso che ha prodotto buone opere su altri siti è probabile che ne produca di altrettanto buone sul sito in questione, mentre chi ha prodotto opere modeste sul sito per cui ci si candida è probabile che continui a produrne di modeste anche in futuro.

In conclusione, gli stimoli come quest’articolo per buone pratiche amministrative non devono mai mancare, ma la generazione truffata cui mio malgrado appartengo non si fa illusioni. Siamo una generazione truffata perché dai primi anni Novanta ci veniva detto che il tempo delle vacche grasse era finito e che soltanto i migliori si sarebbero realizzati. Così abbiamo studiato e lavorato più e meglio degli altri, col risultato di risultare un pericolo per gran parte della precedente generazione ancora al potere, preoccupata di sfigurare al nostro fianco e preoccupata dalla nostra concorrenza. Così ci avviciniamo ai quaranta e ancora lavoriamo meglio e il doppio per guadagnare la metà, mentre gli amici degli amici, compresi quelli della nostra generazione, sanno fare meno e peggio e lavorano la metà per guadagnare il doppio. Che questo si traduca in un peggiore servizio per la collettività è di solito ritenuto secondario.

Del resto, come pretendere la meritocrazia da chi ha conquistato potere proprio grazie all’assenza di questa? Come pretendere la meritocrazia da chi ne sarebbe immediatamente danneggiato?

P.S. No mi domandeis poita no apu scritu cust’artìculu in sardu, mancai estis a tenni arrexoni a ddu pretendi. Est in italianu ca fiat giai mesu prontu de una litra chi ia scritu in italianu a unu sìndigu, de cuddus chi faint sa cosa mali chena de mancu si ndi acatai, de cuddus «ma la funzionaria ha fatto il bando così…».

(Immagine: Käthe Kollwitz - "Nie wieder Krieg" - 1924)

* Ulteriori informazioni su www.amoscardia.com

 

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