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Venerdì 18 Ottobre 2013 00:00

Di Mauro Ennas (articolo pubblicato sul portale indipendente di discussione socio-politica E-Iglesias.eu )
«Nessun male sociale può superare la frustrazione e la disgregazione che la disoccupazione arreca alle collettività umane.» (Federico Caffè, economista)

Nascita e caduta dell'industria dell'alluminio in Sardegna
La storia del comparto dell'alluminio nel Sulcis-Iglesiente ha inizio con la SocietĂ  Mineraria Carbonifera Sarda (MCS o Carbosarda), societĂ  gestita dall'Ente Partecipazioni e Finanziamento Industrie Manifatturiere (EFIM).

La Carbosarda fu costituita dal governo fascista nel 1933 rilevando, da imprenditori privati, tutte le concessioni minerarie per l'estrazione del carbone in Sardegna.

Investire nel settore carbonifero sardo per conseguire l'autosufficienza energetica è l'obiettivo dichiarato dal governo autarchico, la Carbosarda fu istituita per aprire nuove miniere da aggiungere a quelle private rilevate forzosamente.

Gli anni che precedettero la seconda guerra mondiale furono quelli di massima attività per la Sardegna: nel 1940 la produzione toccò il massimo storico di 1.300.000 tonnellate, e gli occupati di Carbosarda passarono dai 400 del 1934 ai 15.000 del 1939. Negli anni '50, con il ritorno ad un mercato libero, il carbone del Sulcis subiva la concorrenza del più economico petrolio e in seguito anche dei gas naturali (metano) e lo sfruttamento dei giacimenti si rilevò non più favorevole economicamente. La produzione iniziò a ridursi progressivamente e alla Carbosarda fu affidata la realizzazione di una grande centrale termoelettrica alimentata dal carbone del Sulcis (Portovesme, Portoscuso CI).

 

Nel 1962 però, con la nazionalizzazione dell'industria elettrica, la Carbosarda conferì i suoi impianti (centrale e miniere) all'ENEL, i minatori invece furono trasferiti all'ENEL solo nel 1965, dopo una lunga vertenza sindacale. La Carbosarda passò sotto il controllo dell'EFIM. Carbosarda investì nella realizzazione del polo integrato dell'alluminio nell'area di Portovesme. Nel 1973 l'EFIM acquisì la SAVA (Società Alluminio Veneto, stabilimenti di Porto Marghera, della Montedison), diventando l'unica azienda italiana operante nel settore. La Carbosarda si trasformò in una sorta di finanziaria per il settore dell'alluminio.

EFIM nell'anno 1964 diventa caposettore nella produzione e nel trattamento dell’alluminio sino al 1988, anno in cui la MCS venne liquidata e sostituita dall'Alumix.

Le principali controllate del comparto era il polo dell’alluminio primario di Portovesme, in Sardegna, integrato dalle seconde lavorazioni del metallo:

Alsar (Portoscuso, poi Alcoa), produzione di alluminio in lingotti;
Eurallumina (Portoscuso, Alcoa), lavorazione della bauxite e dell'allumina;
Comsal (Portoscuso, ALI poi Alcoa), produzione di laminati di alluminio;
Sardal (Iglesias, poi ILA), produzione di estrusi di alluminio;

ma includeva anche:

Società Alluminio Veneto-SAVA (già Alumetal, gruppo Montedison di Venezia), lavorazioni dell’alluminio;
Società Italiana Vetro (di San Salvo), una joint-venture con l’ENI, produzione di vetri per auto;
Tubettificio Europeo (giĂ  Tubettificio Ligure, Lecco), produzione di contenitori in alluminio (lattine e bombole).


L'EFIM è stata una finanziaria delle partecipazioni statali, creata nel 1962 come Ente Autonomo di Gestione per le Partecipazioni del Fondo di Finanziamento dell'Industria Meccanica (FIM) istituito nel 1947 per finanziare la riconversione delle industrie aeronautiche che erano state impegnate nelle produzioni belliche, e cambiò denominazione da FIM in EFIM nel 1967, diventando un ente polisettoriale attivo prevalentemente nel Mezzogiorno.

I bilanci dell’EFIM negli anni ’80 vanno in rosso, l'indebitamento complessivo superò il fatturato a causa della politica di acquisizione di aziende con bilanci in perdita e fu liquidata nel 1992. I debiti ammontavano complessivamente a oltre 18000 miliardi di lire, oltre 20000 miliardi di lire per il Financial Times (e 3.500 miliardi di lire in crediti congelati).


Il DPR 38 27 del gennaio 1962 istituì l’EFIM il cui principale investimento era la partecipazione nella Finanziaria Ernesto Breda (insolvente nei confronti di FIM, diversamente da FIAT e Olivetti che erano state in grado di restituire i prestiti). Già dall'anno della sua costituzione EFIM ha una funzione caratteristica di creazione di nuovi insediamenti industriali (principalmente la "Meccanica") nel Mezzogiorno, in aggiunta a quelli promossi da IRI (a gestione prevalentemente democristiana) ed ENI (a gestione prevalentemente socialista).

Nel 1969 mutò nome in Ente per le Partecipazioni di Finanziamento dell'Industria Manifatturiera. Aziende private in cattive condizioni vennero acquisite dall’EFIM, come avvenne gli elicotteri Agusta nel 1973 (come già con Oto Melara e Breda) potenziando la sua posizione nel settore bellico in Italia (insieme a Selenia e Aeritalia dell'IRI e di Finmeccanica).


EFIM, sotto la continua gestione democristiana dalla fondazione (e poi pentapartita sino alla chiusura sotto la direzione prima socialdemocratica e poi socialista), dovette essere rifinanziata più volte per fare fronte alle perdite delle società operative e l'indebitamento finanziario ebbe una forte espansione fin dai primi anni del 1970. EFIM, nonostante ciò continuò nella sua politica di espansione, acquisendo e gestendo aziende in crisi e difficoltà. Negli anni ’80, dopo essere uscita dal settore cartario, l’EFIM viene investita in pieno dalla crisi del settore dell’alluminio, e per fare fronte alle difficoltà decise di lasciare alcune acquisizioni (come quelle nel settore alimentare) e ridimensionare il personale. Nonostante la cura dimagrante l’indebitamento EFIM rimase elevato: era un colosso costituito da più di 100 aziende, con più di 30.000 dipendenti.

Pur tra chiusure di stabilimenti e periodi di forti perdite che richiesero ulteriori esborsi per lo Stato, il comparto alluminio dell'EFIM, riunito sotto la Carbosarda, sopravvisse fino agli anni '90, quando fu smembrato e privatizzato. Carbosarda seguì le sorti della controllante EFIM: la liquidazione (1992).

Infatti nel 1992 l'esposizione dell’EFIM verso le banche diventa insostenibile e il governo dell’epoca decise la sua soppressione con decreto-legge 18 luglio 1992, n. 340, dal d.l. 20 ottobre 1992, n. 414 e dal d.l. 19 dicembre 1992, n. 487 (convertito in l. 17 febbraio 1993, n. 33). Le perdite causarono un contenzioso internazionale. Il Financial Times valutò le perdite in 4 miliardi di lire verso banche italiane, 3.5 miliardi verso le banche estere, 2 miliardi verso i fornitori, 1 miliardo per obbligazioni. Le numerose banche estere si videro congelare i propri crediti, e questo provocò una crisi di credibilità dello Stato italiano che portò le agenzie internazionali a declassare il rating dei titoli di stato. Nel 1993 la garanzia dello Stato sui debiti dell’EFIM e la concessione dei fondi necessari alla liquidazione furono discussi tra il ministro Andreatta ed il commissario europeo Van Miert, che portò ad accelerare il processo di privatizzazione dell’IRI. Entro il 1998 le 78 aziende , ritenute economicamente sane tra le 116 del gruppo furono cedute: il settore dell’alluminio per la maggior parte ad Alcoa (il vetro a Pilkington, la difesa e il ferroviario a Finmeccanica) [fonte Wikipedia - voce EFIM].

Nel 2003 la procedura non era ancora conclusa, rallentata a causa delle numerose azioni legali promosse da creditori ed ex-dipendenti ed arrivata a costare allo Stato più di 5 miliardi di euro (circa 10000 miliardi delle vecchie lire). La Legge finanziaria del 2007 ha trasferito a Fintecna (Ligestra S.r.l.) il patrimonio di EFIM ed il relativo contenzioso, mettendo fine alla liquidazione dell’ente.


Dal 2010 l'impianto Alcoa di Portovesme registra perdite che si aggravano dal giugno 2011 con la caduta del prezzo dell'alluminio sul mercato internazionale, mentre la produzione mondiale è in crescita esponenziale.

L'Alcoa sostiene di avere "continuato a investire a Portovesme anche quando lo stabilimento stava registrando perdite significative. Dal maggio 2010, l'azienda ha portato avanti diversi interventi nell'ambito del piano sopra concordato, per migliorare la propria posizione competitiva attraverso il raggiungimento della piena capacità produttiva e il miglioramento dei livelli di efficienza", e aggiunge che "le ragioni degli ingenti costi operativi sono - tra gli altri - il prezzo dell'energia, il costo delle materie prime e l’obsolescenza degli impianti che causano inefficienze operative. Il mercato dell'alluminio ha subito una flessione drammatica dalla seconda metà del 2011: in pochi mesi l’indice LME ha perso il 27% e una stabile ripresa non è prevedibile nel breve periodo. Questo crollo aggraverà ulteriormente la posizione in perdita di Portovesme per il 2012".

E ancora "l’energia elettrica influisce per il 35-40% sul costo di produzione dell’ alluminio. Per rendere sostenibile la produzione di alluminio, è necessario avere accesso a forniture di energia a prezzi competitivi sul piano internazionale e stabili nel lungo periodo. I vari strumenti e accordi che hanno concorso a definire la tariffa elettrica garantita a Portovesme (valida fino a dicembre 2012) non sono sufficienti, nel contesto attuale, ad assicurare costi di produzione competitivi. Nel lungo termine la posizione di costo dello stabilimento è destinata a peggiorare ulteriormente a causa del rialzo dei prezzi dell'energia e dei costi aggiuntivi dettati dalla normativa europea per l’introduzione dei diritti di emissione EU ETS (Emission Trading System)".


Ma dal 1996 e fino a dicembre scorso, l'Alcoa di Portovesme ha ricevuto dal governo italiano un conguaglio energetico pari a 2 miliardi di euro! Inoltre il prezzo pagato per un MWh (non kWh, come riferito da alcuni organi di stampa) da Alcoa nel 2011 è stato di 35.1 euro, contro i 35.30 pagati (dalla stessa Alcoa?) in Spagna: comunque nella media europea con un range dei prezzi tra 18-37 euro al MWh di energia (vedere Eurallumina nel rapporto "Formazione di provvedimenti in materia di tariffe speciali dell'energia elettrica" dell'Autorità dell'energia del 2005). La giustificazione sui costi dell'energia sembra cadere. E' chiaro che ci sono argomenti e motivazioni ben nascosti, più in profondità del carbone, e che non siamo in grado di conoscere, neppure in una Repubblica vecchia di 150 anni come la nostra. L'Alcoa incassa le agevolazioni, ringrazia e delocalizza.


Con oltre 300 milioni di euro di fatturato annuo, l'impianto Smelter di Portovesme (avviato nel 1973) produce 150000 tonnellate annue di alluminio primario, la totalitĂ  di quello italiano. Ricordando che 2300 GWh di consumi di energia in un anno corrispondono a meno di 300MW di potenza media disponibile.

A questo punto, è inevitabile chiedersi se esista una exit strategy dal settore dell'alluminio, oppure, vista l'importanza strategica di questo materiale usato in molte industrie per la fabbricazione di una vastissima quantità e varietà di prodotti (in gran parte produzioni estremamente importanti per l'economia mondiale attuale e futura), se esistono possibilità di integrare o riusare gli impianti per lavorazioni alternative o simili. L'Alcoa ha ormai deciso da tempo e non vuole concorrenti sulla sua supremazia mondiale nella produzione dell'alluminio. La Glencore International plc, azionista unico di Portovesme srl specializzata nel trattamento di piombo e zinco, si è dimostrata interessata alla rilevazione degli stabilimenti: ancora una volta servono garanzie a medio-lungo sul costo dell'energia. Dopo Glencore e il gruppo svizzero Klesch Group (di Gary Klesch), si è fatta avanti una terza società interessata all'impianto di Portovesme, la Kite Gen Research di Chieri (Torino), la quale è titolare di brevetti per lo sfruttamento dell'energia eolica ad alta quota, con la quale pensa di ridurre i costi dell'energia consumata dai processi che ammontano attualmente a oltre 2 Twh/y (1 Tera Watt = mille miliardi di Watt), assolutamente non compatibili con le attuali tecnologie dell'eolico tradizionale. Ma anche con il sole (concentratori parabolici oppure a torre solare) è possibile produrre grosse quantità di energia (attualmente con potenze di 200MW ma con una prospettiva di crescita sino a 2GW in pochi anni con le centrali di nuova concezione. Con queste tecnologie si può realizzare l'indipendenza energetica dei territori, come quello sardo, resi marginali dai costi di produzione dell'energia.

 




Se si potessero riutilizzare le strutture industriali si potrebbe evitare il collasso del territorio. Questi impianti sono effettivamente ancora efficienti o necessitano di ingenti investimenti per una loro ristrutturazione, che possono essere la vera causa della loro dismissione? Oppure, è possibile trattare l'alluminio proveniente dal riciclo con gli stessi impianti (sicuramente sì)? E' possibile utilizzare i forni e le tecnologie presenti negli impianti per lavorare altri metalli, per il recupero di materiali dalle schede elettroniche obsolete per esempio (sì)? E' possibile immaginare scenari diversi di utilizzo di questi impianti (ancora sì)? In caso affermativo, sarebbe possibile (con una reale volontà politica in grado di reperire e pianificare nuovi investimenti di stato) ampliare il numero di potenziali acquirenti degli impianti con piani di ristrutturazione mirati anche a nuove produzioni economicamente competitive.

Componenti strutturali in alluminio sono vitali per l'industria aerospaziale, nei trasporti e nelle costruzioni, settori per i quali leggerezza, durata e resistenza sono fondamentali. Nuove politiche orientate al risparmio delle risorse primarie potrebbero individuare altri materiali, ricavabili dai rifiuti industriali e dai prodotti di consumo obsoleti, da inserire in una catena integrata di recupero e trasformazione.


La nazionalizzazione di un'industria strategica come quella dell'alluminio sarebbe l'opzione piĂą sana. Dimostrerebbe che i governi nazionali sono al di sopra delle logiche delle multinazionali imposte attraverso la globalizzazione che guarda solo ai profitti senza tenere conto delle popolazioni, delle necessitĂ  vive dei territori e delle persone che le abitano.

Nuovi investimenti statali, in un quadro di necessario sviluppo, garantirebbero la possibilità di modulare nel tempo strategie che tengano conto della conservazione delle produzioni e della loro possibile integrazione con le nuove crescenti necessità di recupero e trattamento delle risorse materiali dismesse. Un piano integrato, che non sia il solito salvataggio truffa, darebbe una spinta all'economia locale e nazionale e nel contempo creerebbe la fiducia in un cambiamento possibile, che è il vero motore dello sviluppo.

La crisi può essere la vera possibilità di cambiamento e di riconversione solo se è fondata sul lavoro di uomini e donne del territorio, che con la loro intelligenza, determinazione ed energia sono in grado di alzarsi ancora una volta dopo una caduta e sollevare con se l'economia di tutto il territorio. Esplorare, individuare e sostenere soluzioni apparentemente impossibili e alternative può realizzare risultati inattesi se supportati da una volontà politica ferrea e mirata a sostenere un bene importante come il benessere condiviso del proprio territorio.

 

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