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Intervista a Ilaria Porceddu (di Daniele Madau). “IN EQUILIBRIO”, SENZA TIMORE DI PROVARE A VOLARE PDF Stampa E-mail
Interviste - Interviste 2014
Lunedì 20 Gennaio 2014 00:28

In occasione del concerto tenuto venerdì 17 gennaio a Sassari in favore delle persone colpite dall’alluvione, la cantautrice Ilaria Porceddu, che attraversa un bellissimo momento, ci ha concesso una lunga intervista: emigrata a Roma per realizzare il suo sogno, sa già che prima o poi tornerà.

Un’ intervista che, grazie alla sua formazione e alla sua profondità, può toccare tanti temi. Il suo è davvero uno splendido esempio di arte che sboccia dai tesori della Sardegna


Di Daniele Madau

Iniziamo col concerto di Sassari, com’è andato?

Benissimo, il teatro era pieno, la gente ha risposto con tanto affetto: ho avuto un’ulteriore prova dell’amore dei sardi

A questo proposito, per te la musica ha una funzione sociale e politica, o prevale il lato del puro piacere?

Entrambe le cose: se si propende troppo per la funzione politica, secondo me, si possono correre dei rischi; invece è importante mettere insieme sia piacere che funzione sociale

 

 

Iniziamo con la riflessione sulla nostra terra, su chi è emigrato e chi è rimasto: quali devono essere le condizioni perché tu possa tornare?

Appena potrò tornerò in Sardegna. Io scrivo le canzoni solo quando rientro: c’è un’aria e un’energia completamente diversa. Penso, concretamente, di poter rientrare quando mi sarò, per così dire, consolidata: nel senso che potrò sostenere le spese che per i continui spostamenti. Penso,anche, alla maggiore possibilità, a Roma, di intessere relazioni. All’inizio del mio percorso è stato importante, per me, vivere dove ho potuto tenere contatti necessari.

 

La tua tesi di laurea aveva come oggetto i “cantadores”: in particolar modo ti sei soffermata sull’equilibrio, appunto- come il titolo del tuo album- , tra modernità e tradizione. E’ la sfida di tutta la Sardegna?

La Sardegna è pura, preserva il suo essere, e questa è una grande forza. Se riuscissimo ad avere anche vedute più ampie, potremmo davvero vivere di quello che abbiamo. La nostra deve essere

un’ evoluzione consapevole, in equilibrio, certo, facendoci forza di ciò che siamo ma pronti a crescere.

 

Dai tuoi testi emerge come l’incertezza sul domani, così forte in questo momento di crisi, non dovrebbe mai trasformarsi in timore ma in forza per rimettersi in gioco. In più inviti a guardarsi dentro e a scoprire qual è il nostro “oro”. E’ questo ciò che ti senti di dire ai giovani sardi?

C’è una frase di Einstein sulla crisi economica che trovo bellissima (“la crisi è la più grande benedizione per le persone e le nazioni, perchè la crisi porta progressi. La creatività nasce dall’angoscia come il giorno nasce dalla notte oscura. E’ nella crisi che sorge l’inventiva, le scoperte e le grandi strategie. Chi supera la crisi supera sé stesso senza essere “superato”). E’ proprio nei momenti di crisi che l’uomo può, e vuole, ritrovare se stesso. Soprattutto noi sardi dobbiamo farlo, orgogliosamente in piedi, porteremo l’oro che abbiamo.

 

Qualche giorno fa è uscita sul giornale “La Repubblica” una denuncia di Valerio Scanu contro l’attuale meccanismo di promozione di un artista; lo stesso giornale ha messo Marco Carta tra coloro che, dopo un periodo di successo, sono in declino o, meglio, quasi scomparsi. Cosa pensi del momento che attraversano i nostri conterranei?

Se un artista non appare non vuol dire che non stia facendo niente. Purtroppo l’immediatezza è la chiave di tutto, si usa ciò che arriva sul momento e basta. Valerio, in realtà, da una parte ha ragione e deve continuare: è testardo, anche lui ha la nostra forza, la forza dei sardi, quella di non mollare.

 

Grazia Deledda e Giuseppe Dessì, come te, si sono trasferiti a Roma. In particolar modo Grazia, da lì, ha rivisitato, trasfigurandola, la Sardegna: ciò ha portato i grandi romanzi e il premio Nobel.Questo processo di trasfigurazione della Sardegna è capitato anche a te?

Sì, davvero, è così. Certi nostri valori, così belli, puoi scoprirli solo andando via. Ecco perché non si può restare in Sardegna, magari in un momento di difficoltà, quando c’è il rischio di perderli di vista o di non apprezzarli. E’ meglio andare via, e poterli, finalmente, trovare.

 

Da Roma, dalla capitale, la Sardegna la vedi “schiava”, “serva”, o la vedi libera?

Schiava è una parola grossa ma non è, forse, completamente libera. Purtroppo, lo sappiamo, concede la sua bellezza a chi non la valorizza, e questo mi causa davvero tantissima rabbia.

 

Hai qualche idea per le prossime elezioni regionali?

Da lontano non riesco a seguire al meglio il dibattito in vista delle elezioni. Purtoppo, lo sappiamo, questo è il momento in cui si parla tanto: e in questo possono essere tutti bravi. Spero che alle parole seguano i fatti.

Hai detto che De Andrè è stato, artisticamente, molto importante per te. C’è anche un artista della tradizione a cui ti sei ispirata?

Sì, Maria Carta. Aveva una forte spiritualità, sembrava un’antica dea. Ho incontrato il suo storico manager, e mi ha raccontato una cosa che mi ha impressionato molto: lei aveva paura di non essere accettata dai sardi; per la tensione e l’angoscia, addirittura, cantava con le mani dietro la schiena e le capitava di graffiarsi.

E’ una paura che ho provato anch’io, ma ora sento il grandissimo affetto della mia gente.

 

Un’ultima domanda. I tuoi testi sono in italiano e in limba. Qual è, per te, la parola sarda più bella, più evocativa?

Di sicuro, anghelu

Quando l’abbiamo contattata, abbiamo spiegato a Ilaria le finalità e la sfida della nostra associazione, e lei ha prontamente risposto: sono dalla vostra parte, quando volete sono a disposizione per una riflessione.

Davvero quella che ci unisce, come sardi, è una forza misteriosa e dalle immense potenzialità.

Tanti auguri Ilaria, non mollare.

 

 

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