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Ostaggi e rassegnati … il triste destino di Porto Torres, e non solo. PDF Stampa E-mail
Editoriali - Salvatore Cubeddu
Domenica 09 Marzo 2014 12:39

Di Salvatore Cubeddu

“Erano ostaggi, anche dopo. E rassegnati. Ora hanno messo tutto sotto il tappeto”. Parla Rita Tilocca, da lei è partita la rivolta delle vedove del petrolchimico di P. Torres. Parla,  a   L’Unione Sarda di ieri, del marito Natalino Piras, che l’ha lasciata con tre figli dopo essere morto con quattro cancri ‘primari’ (mi sembra di capire ‘non infiltrati’, diretti a colpire un singolo organo vitale) nel 2005.

Era andato in pensione contento, al contrario di tanti suoi colleghi che non erano arrivati ai sessant’anni, di essersela scampata. Non è stato così. Si è aggiunto agli altri, tanti, che avevano pensato di trovare la salvezza lontano dalla campagna e dai paesi.

Erano ostaggi, gli operai di allora ed i sindacati di oggi. Sono pericolosamente rassegnati e a Porto Torres cercano ancora e di nuovo la chimica dalla stessa società e dai medesimi personaggi che devono rispondere di tutto questo.

 

La  ‘chimica buona’: quella di cui si vanta Cappellacci senza mai essere stato a Sassari, quella che richiede la sinistra sassarese quasi al completo. Quella che vuole sostituire la plastica del petrolio con il prodotto che esce dalle nostre pianure irrigate. Puntando sul fatto che anche i contadini, i pastori e la loro organizzazione (la Coldiretti), sono anche loro ostaggi. E rassegnati.

E’ rassegnato l’intero Popolo Sardo ad avere nei millenni inquinate le spiagge di P. Torres, Sarrock, P. Scuso?

A rinunciare alla propria sovranità alimentare?

A vedersi deturpare il proprio territorio da torri e specchi destinate all’energia da esportare?

Passerà qualche giorno ed i giornali penseranno ad altro. L’attuale facile sdegno non durerà. Le istituzioni sono imballate. Gli uomini di partito continuano a  pensare a se stessi. Cosa sarà il nuovo governo della Regione è un enigma.

Chi difenderà la Sardegna? I Sardi liberi.

Bisogna mobilitarci, organizzarci, lottare. Come già succede ad Arborea, nel Montiferru e ovunque arrivi la fame di perforazione, di torri e  di pannelli a pro di società straniere. Bisonga raccogliere i singoli episodi all’interno di un muoversi completo, di tutti e su tutto.

Dobbiamo rendere operativo un programma generale di risanamento ambientale ad iniziare da tutte le zone industriali. E’ un elemento risarcitorio che alla Sardegna devono le grandi aziende. E’ un obbligo per gli operai in cassa integrazione. Niente assistenza pubblica a cui non corrisponda un impegno di pubblica utilità. Solo questa disponibilità  sarebbe in grado di giustificare una cassa integrazione di lungo periodo (e lo strano meccanismo dell’anticipazione – ma sarà solo ‘anticipazione’? -  da parte della Regione).  Ovviamente con gli inevitabili adeguamenti contrattuali. Dobbiamo, allora, prevedere una fase di presenza generalizzata di gente al lavoro per il risanamento ambientale?

Sì: quale primo atto di un vero e proprio new deal per la Sardegna.

 

 

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