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Il caso Alcoa e la nostra solitudine PDF Stampa E-mail
Editoriali - Salvatore Cubeddu
Domenica 15 Gennaio 2012 00:00

di Salvatore Cubeddu

L’ultima speranza degli operai di Portovesme risiede nel dossier di Fabrizio Barca, forse alla prima vera prova di quella coesione sociale che dà nome al suo nuovo ministero. Gli scenari del momento sono oscuri. Alcune domande accompagnano l’importante incontro di oggi a Roma, dopo la chiusura totale dell’azienda: si chiude e basta? Si intravedono nuovi acquirenti o si tenta una nuova industrializzazione? Avremo la stessa fabbrica con identica produzione o altro da essa? E per quanti lavoratori: tutti o solo quelli lontani dalla pensione? Questi interrogativi non troveranno subito una risposta, ma quelle saranno le domande.
Questa Alcoa, intanto, chiude. Perdite d’esercizio, paura delle multe europee, dimensionamento e usura degli impianti, calo del mercato: elementi oggettivi che si uniscono al fatto generale e più grave, l’Italia è il Paese più sputtanato dell’Occidente. Non temono di affermarlo i dirigenti italiani dell’Alcoa nel tavolo delle trattative. Una politica esposta alla vergogna si unisce a un’economia che a tanti nel mondo fa comodo sorpassare e mungere. Il berlusconismo è una colpa da espiare, per gli italiani tutti, immaginiamoci per gli operai! In molti ricordano i lavoratori dell’Eurallumina quando si erano fidati delle promesse elettorali di Berlusconi. Non si poteva immaginare un momento peggiore per difendere questi lavoratori. Dopo avere perso le battaglie di Ottanae di Porto Torres dovremmo adottare una differente strategia per impedire lo smantellamento di Porto Vesme. Quale non si sa, ma occorre sicuramente imparare la lezione del passato. Il sindacato sardo è unito (in controtendenza con l’Italia, e con la storia dei sardi), i suoi dirigenti comprendono la posta in gioco, non possono non sapere che la taratura politica dello scontro non si misurerà solo nelle autostrade e negli aeroporti occupati.

 


La Sardegna è abbandonata senza essere stata sedotta. La nostra classe dirigente ha lasciato che ci espropriassero le banche e che perdessimo i finanziamenti europei. Gran parte del commercio è passato in mano a società straniere. Allo Stato non interessa la Sardegna se non come servitù militare e carceraria, abuso del territorio e feroce prelievo fiscale. Disonesto e bugiardo, abbandona al loro destino i trasporti aerei, navali e ferroviari. Non rispetta gli accordi né le sue stesse leggi. Ci vuole ben altro che le barricate, di una notte o di un mese, per uscire da questa situazione!

 


Abbiamo bisogno di verità, innanzitutto e soprattutto. Siamo soli, tiriamone le conseguenze. Da qui bisogna partire a ragionare, a progettare e a lottare. L’Alcoa è (era?) il vero santuario dell’industria di Portovesme. La fabbrica nasce come Alsar (Alluminio sardo) agli inizi degli anni ‘70, si trasforma in Alluminio Italia dieci anni dopo e passa alla multinazionale americana con la chiusura della partecipazioni dello Stato in Italia. Nella mutazione del nome è inscritto il mutamento di proprietà con gli interessi di riferimento. L’alluminio era governato dall’Efim, il più debole - rispetto ad Eni ed Iri – degli enti economici dello Stato italiano. Invano i politici sardi più attenti alle cose industriali, negli anni ‘60/’70, si erano battuti per ottenere a Portovesme la presenza dell’Iri con il quinto centro siderurgico. Inutilmente il deputato sardista Titino Melis aveva litigato con l’amico Ugo La Malfa perché l’Ersae, la società dell’elettricità in mano alla Regione sarda, non passasse all’Enel.


Lo Stato aveva le sue priorità nel Mezzogiorno e Taranto era la prescelta, anche da parte dell’opposizione di sinistra edei sindacati. L’alluminio è arrivato a Portovesme dopo la lotta operaia nella difesa delle miniere. La città di Carbonia è il problema lasciato a isardi dal fascismo e dalla sua politica autarchica. Finito il fascismo, l’economia e la società sarda hanno avuto il problema di trovare un senso a questa città, artificio recente nell’urbanistica ma crogiuolo sociale el aboratorio politico di un melting pot culturale sempre presente. Le pensioni dell’Enel e l’industria a Portovesme sono state le risposte dello Stato alla continuità di Carbonia nei primi due decenni della Regione autonoma. Oggi gli operai, ormai provenienti da varie parti del Sulcis, interrogano attraverso i media la politica sarda su quali alternative al loro licenziamento abbia approntato. Niente: e la risposta la conoscono anche loro. E, probabilmente, conoscono anche il seguito: l’assistenza, come a Ottana e a PortoTorres.


A Ottana oggi spadroneggia un certo Clivati sostenuto da ‘innocenti’ politici locali. A Portotorres è arrivata la signora della Novamont che vuole prendersi le pianure sarde per coltivarci i cardi per le sue industrie. La possibilità di impossessarsi del nostro territorio offerta a questi signori - l’Eni che lascia l’industria ma si impadronisce delle centinaia di ettari del polo industriale, insieme al porto - è inconcepibile e inaccettabile. Le lotte operaie, a motivo delle scelte di trenta-quarant’annifa, non possono diventare il cavallo di Troia del nuovo sfruttamento. Ci giochiamo anche il futuro. È ora di dire: basta!


(Immagine: Corrado Forlin, Nascita imperiale di Carbonia, 1938)

 

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