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La Sardegna verso l’irrilevanza istituzionale. PDF Stampa E-mail
Editoriali - Salvatore Cubeddu
Domenica 27 Luglio 2014 10:40

Di Salvatore Cubeddu

l lavoro della commissione ‘autonomia’ va verso il fallimento. Il PD non vuole un nuovo statuto per la Sardegna.

Segnatevi la settimana politica che si chiude: potrebbe restare nella storia come quella durante al quale è stata mandata in vacanza l’autonomia speciale della Sardegna (ed ogni forma di sovranismo e/o indipendentismo) per i prossimi decenni. Non si illudano coloro che avevano tirato un sospiro di sollievo di fronte alle novità che qualche giorno prima venivano da Roma: la specialità di cinque regioni italiane potrà forse recuperare qualche potere esclusivo in più, è possibile che a loro per ora non si applichino delle norme che interesseranno invece le regioni ordinarie, probabilmente lo Stato accetterà di andare ad un’intesa con ciascuna delle regioni speciali. Certo, c’è da prendere in considerazione tutto il processo di centralismo in atto. Ma quello che il Consiglio regionale di mercoledì 23 scorso ha detto ai sardi è che ‘la maggioranza della maggioranza’ che governa la Regione, cioè, il Partito Democratico che opera e governa in Sardegna, non intende lavorare per la stesura di un nuovo statuto ma solo, quando ne sarà  obbligato, adeguare quello che c’è alla fase  successiva alle scelte romane. Recepirà, non si vergognerà di avere, una semplice legge ‘ottriata’, ricevuta e accettata dalla sovranità della sua centrale romana, di partito e di Stato. A loro va bene lo statuto che c’è, basterà ‘aggiornarlo’. Griderà, invece, al vento che i Sardi vogliono essere governati ‘con efficienza ed efficacia’, e che per questo serve e basta una legge statutaria: quella già cambiata tre volte in cinque anni, perché si tratta di mediare  tra i poteri interni alla Regione, prima e più che per gli interessi del cittadino. Come se di sola statutaria si mangiasse e con lo statuto invece si giuocasse.

Con le dichiarazioni dei suoi componenti e del suo assessore è venuto finalmente in chiaro che la questione degli ultimi decenni non era il come dare una nuova costituzione ai Sardi (il PD è stato sempre il vero nemico dell’assemblea costituente) ma lo svolgimento stesso del compito: se farlo questo statuto ex novo, come da decenni si chiede e si scrive.

Osservazioni così esplicite non le sentirete da nessuno: perché – tranne una breve cronaca de La Nuova Sardegna – i media non ne hanno parlato; perché in Italia mancano quasi due anni alla conclusione del processo riformatore e gli appuntamenti sembrano o troppo vicini o troppo lontani; perché queste cose ancora non si possono dire apertis verbis, ma solo ritardando l’agire, lasciare che una Sardegna debole scivoli nell’indifferenza della propria agonia istituzionale.

Cosa ci porta a conclusioni apparentemente così affrettate (oltre i dati che abbiamo sotto gli occhi: la ministra che commissiona la regione invece che le direzioni del proprio ministero, i generali che raddoppiano il saccheggio del nostro territorio, l’accelerazione di Matrica per la conquista delle nostre pianure)? Quattro  considerazioni:

1. Due anni – e fosse pure un anno e mezzo – consentirebbero ai sardi di utilizzare la grande mole di materiale elaborato per scrivere un nuova loro carta costituzionale sia tramite l’assemblea costituente sia da parte del Consiglio, o anche individuando una efficace divisione dei lavori tra i due. Ad un Consiglio informato e volenteroso non mancherebbe né il tempo né gli strumenti. Se si fosse voluto intraprendere questa strada, perché mercoledì scorso non si è steso un cronogramma dei lavori? Perché ci si è persi in frasi senza impegno né verifica?

2. La scelta dell’attendismo farà slittare ogni decisione a settembre, cioè a dopo la metà del mese, quando saranno in arrivo sia un delicato appuntamento istituzionale (la riforma degli enti locali) e sia un ancora più difficile congresso del PD. Da ottobre alle feste due mesi sono facili da passare, arrivando al 2015 in cui dichiarare solennemente che non c’è più tempo. Che i soliti, con la ‘mattana’ del nuovo statuto, si mettano l’animo in pace…

3. Ma arriverà la resa dei conti. Con quale piattaforma istituzionale il Consiglio regionale della Sardegna – o una sua maggioranza – andrà al confronto con lo Stato? Che immagine/progetto sulla Sardegna dei prossimi decenni presenterà ai propri cittadini e quindi ai cittadini italiani-europei, del mondo e alle loro istituzioni? Come difenderà, la Giunta ed il Consiglio controllato dal PD, gli interessi sardi quando i generali decideranno di dirci chiaramente che la Sardegna è terra italiana e qui fanno e disfano come loro aggrada? E quando non ci sarà terra irrigata, perché tutta lavorerà per l’Eni, e dopo qualche decennio questa terra super sfruttata e concimata diverrà inutilizzabile per qualsiasi agricoltura? E quando per l’energia … Il potere sul proprio destino istituzionale equivale al diritto al proprio pane.

4. A settembre, nel Consiglio regionale ci si scannerà sulla riorganizzazione degli enti locali, province e comuni. Sarà una lotta fratricida, senza una bussola per comporre gli oggettivi interessi in competizione. La soluzione può venire solo da una proposta che progetti e descriva una Sardegna del futuro, dove tutte le istituzioni locali  ritrovino ruolo e protagonismo, le città come pure tutti i piccoli comuni. Un’idea della Sardegna, appunto. Quella che il Partito Democratico sembra non volere o non riuscire a tirare fuori.

 

Commenti   

 
0 # Benedetto Sechi 2014-07-27 12:09
... è davvero un processo involutivo storico ciò che sta accadendo... patto leonino quello di Pigiaru, dove il nuovo stato, siccome ha mal governato, si è corrotto, ha prodotto 2000 miliardi di debito pubblico, ha utilizzato la Sardegna a proprio piacimento, lasciando terre inquinate e disoccupati, il doppio della media nazionale, decide che dobbiamo essere puniti, cancellando ogni velleità di sovranità...
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