Home Editoriali Altri autori Chiude a Berlino il Sardegna store. È stato uno spreco di soldi pubblici. Ecco la sua storia. Di Piera Ghisu
Chiude a Berlino il Sardegna store. È stato uno spreco di soldi pubblici. Ecco la sua storia. Di Piera Ghisu PDF Stampa E-mail
Editoriali - Altri autori
Domenica 24 Agosto 2014 09:30

Di Piera Ghisu *

Il 10 Marzo 2012, alla presenza di Luigi Crisponi e Giorgio La Spisa, rispettivamente Assessore regionale al Turismo e alla Programmazione della passata giunta Cappellacci, inaugurava a Berlino, nella centralissima e elegante Hausvoigtplatz, il Sardegna store.

Dopo l’apertura della sede milanese di piazza Diaz e poco prima di quella romana di Via XX Settembre, lo spazio berlinese è stato il primo fuori dai confini italiani, e tale è destinato, pare, a rimanere: dopo soli 2 anni i Sardegna stores chiudono infatti i battenti, alla solita maniera. Cioè tra polemiche, dubbi sull’utilità e soprattutto sull’utilizzo del denaro stanziato in fase iniziale (circa 4 milioni di euro, che sarebbero dovuti servire anche per l’apertura delle sedi di Francoforte e New York), nonché sui costi gestionali: spalmando la cifra, più o meno 5 mila euro al giorno, una cifra decisamente spropositata per uno spazio praticamente sconosciuto ai più, a Berlino come nelle città italiane interessate.

 

L’idea di creare dei luoghi che potessero promuovere le eccellenze sarde e il turismo isolano era nata con la giunta Soru: per far conoscere il territorio ai potenziali turisti, per suggerire nuove mete agli habituées, si pensò potesse risultare utile portare fuori dai confini isolani prodotti alimentari e artigianali, e allestire mostre tematiche temporanee.Il turismo, si sa, vive anche di promozione; l’idea di creare una vetrina nelle capitali europee, in grado di generare interesse e curiosità, poteva essere buona. Ma in fase operativa, il progetto parte decisamente male: l’appalto per la realizzazione viene affidato infatti a un’azienda siciliana, la Novamusa, alimentando malumori e perplessità (va ricordato che nessuna azienda sarda si presentò però alla gara).
Per non parlare poi del meccanismo di assegnazione degli spazi, decisamente poco elastico (e paradossale, se si considera che a pensarlo è un governo di centrodestra): solamente le autonomie locali e i comuni potevano fare promozione al loro interno. Non i singoli produttori, non i singoli artigiani o consorzi, o albergatori. L’iniziativa privata, vero motore del turismo isolano, veniva così bloccata: si sarebbe potuto pensare a un regime misto, a una felice e proficua commistione di pubblico e privato, e invece niente.

Così come erano strutturati, i Sardegna stores erano, e spiace dirlo, destinati alla chiusura: quanti berlinesi affezionati all’isola saranno rimasti delusi nel visitare lo spazio di Hausvoigtplatz senza trovare nuove proposte turistiche, nè poter acquistare le meraviglie dell’artigianato locale?
Certo, i fondi erano destinati non alle attività commerciali, ma alla semplice promozione: si sarebbe potuto allora pensare a forme nuove e diverse di pubblicità, che non traessero in inganno e richiedessero costi così alti, come una buona promozione on line, ad esempio, vero tallone d’Achille del settore turistico italiano, non solo sardo. La Sardegna avrebbe addirittura potuto fare scuola.



Ma proviamo ad andare a ritroso, e immaginare un tedesco che, probabilmente per puro caso, si trovi a visitare il Sardegna store di Berlino, in inverno, quando fuori nevica e inizia il count down per le vacanze estive. Un potenziale e motivato cliente (dalla Germania arriva tradizionalmente il maggior numero di visitatori dell’isola) con un desiderio forte di mare, sole, spiagge e tradizioni esotiche (come mangiare un piccolo maiale arrosto). Previdente com’è, entrerà nello store per cercare per le prossime vacanze il ristorante dove mangiare, l’albergo dove dormire, il manufatto più pregiato da acquistare. E sobrio com’è, cercherà di preventivare le spese, di prenotare i trasporti per tempo, di acquisire insomma il maggior numero di informazioni, se non addirittura, dato che di store si tratta, di comprare qualcosa, e portarsi a casa un pezzo di Mediterraneo. Tornato a casa con le pive, e solo le pive, nel sacco, scoprirà – ahinoi – che in Sardegna solo i nababbi ci arrivano in auto o camper, e allora il manufatto che non puoi acquistare a Berlino lo devi sistemare nel bagaglio che viaggerà in aereo, e chissà se lo spazio si troverà.

Si dirà: ma oramai tutto si fa sul web, ogni prenotazione si svolge on line, e tutto on line si può comprare: poco importano le pive del tedesco. Si dirà, ma sarà vero solo in parte. In Germania sopravvive infatti lo zoccolo duro degli off line, che vogliono avere un riscontro il più possibile immediato sulle cose, soprattutto quando si parla di acquisti.
Era perciò una buona occasione per la Sardegna, quella degli stores. L’ennesima perduta.

* Articolo pubblicato su berlinocacioepepemagazine.com . Piera Ghisu vive e lavora a Berlino, si occupa di turismo sostenibile.

 




 

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