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6 luglio: una protesta come altre o giornata storica? PDF Stampa E-mail
Editoriali - Stefano Piroddi
Lunedì 11 Luglio 2011 00:00

Di Stefano Piroddi

Cosa rende unica una manifestazione di piazza rispetto a mille altre che l'hanno preceduta? E cosa può rendere storica una giornata rispetto a tante altre che si susseguono anonime sulle pagine di un calendario e nelle coscienze delle persone? La risposta alla prima domanda è ovvia: la rendono unica gli elementi inediti, mai apparsi prima. Ma la risposta alla seconda questione non può che essere rimandata, perché potrà definirsi storica solo una giornata che si inserisce in un processo storico, cioè una serie di eventi successivi inaugurati da quella giornata e a essa legati. Il 14 luglio 1789 docet.

E allora, poiché non possiamo prevedere gli eventi futuri, restiamo per ora agli elementi inediti che rendono unica la manifestazione del nostro 6 luglio. Intanto, le bandiere dei quattro mori (le uniche ammesse tra i manifestanti), centinaia issate sulle aste, addirittura migliaia se consideriamo i quattro mori riportati su altrettante magliette di donne e uomini appartenenti al Movimento Artigiani e Commercianti liberi-Sardegna. E il secondo elemento di unicità è proprio l'identità professionale di chi ha protestato.

Vessata da Equitalia, strangolata dal Fisco, umiliata dalla burocrazia e ostaggio dei poteri forti dell'economia, la Sardegna delle piccole e medie imprese è scesa in piazza compatta per la prima volta, al di là di partiti, sindacati e associazioni di categoria (che per decenni l'ha invece divisa attraverso l'eterna truffa delle etichette di destra e di sinistra) , unita, appunto, proprio dalle bandiere che universalmente rappresentano la nostra terra.

Ma questi artigiani e questi commercianti (e insieme a loro anche gli agricoltori e i pastori che si sono uniti alla protesta), non erano soli, cioè non rappresentavano solo i diritti della propria partita iva. In piazza c'erano anche i loro operai, i loro dipendenti consapevoli di poter salvare se stessi solo salvando contemporaneamente anche l'azienda che gli dà pane e lavoro.

Perché l'azienda, soprattutto quando è di piccole o medie dimensioni, è come un'altra famiglia, in cui datore di lavoro e operai collaborano a stretto contatto per il miglior conseguimento dell'obiettivo comune. Una riflessione, anche questa, che palesa l'inutilità, se non addirittura la pericolosità, di qualsiasi divisione non solo di partito o sindacale, ma, peggio ancora, ideologica.

Con la riuscita manifestazione del 6 luglio, che bissa il successo della protesta di piazza del 12 maggio, il Movimento ha dimostrato, prima di tutto a se stesso, di poter rappresentare degnamente le giuste istanze della parte piĂą importante della nostra economia e di potersi legittimamente sedere allo stesso tavolo con chiunque sia disposto, a livello istituzionale, a trattare i problemi e le possibili soluzioni poste all'ordine del giorno da un malcontento ormai sempre piĂą evidente.

Se il 6 luglio avrà anche inaugurato un processo di cambiamento che potremo definire storico, bé, lo sapremo solo tra qualche anno, ma di sicuro questo dipenderà dalla capacità del Movimento di riuscire a fare il salto di qualità, cioè di farsi rappresentante non solo di alcune categorie, ma di tutto il popolo sardo, dandogli finalmente un'unica voce, e di essere portatore non di una visione esclusivamente sindacale delle rivendicazioni e dei metodi di lotta, ma di una visione alternativa del futuro della Sardegna.

Essere sardi, oggi, significa soprattutto avere la sensibilità per riuscire a cogliere il grido di dolore che proviene dalla nostra terra. Una terra svenduta per decenni a interessi che le sono estranei, umiliata da miraggi di falso sviluppo che ne hanno addirittura alterato la vocazione economica naturale. Non è questo il luogo adatto per discutere di sovranità alimentare e energetica, del fallimento dell'industria in Sardegna e di modelli alternativi di sviluppo fondati su agricoltura, artigianato, piccolo commercio e turismo eco-sostenibile. Li abbiamo accennati e per ora può bastare, perché ciò che conta ai fini di questo discorso, adesso, è capire se la protesta che va diffondendosi a macchia d'olio da Cagliari a Sassari, da Nuoro a Oristano, saprà diventare anche proposta.

Una proposta abbastanza matura da non fermarsi alle giustissime, ma pur sempre limitate, richieste di moratoria fiscale e di blocco dei pignoramenti delle aziende e delle cartelle esattoriali di Equitalia. Una proposta preceduta da un'attenta analisi dello stato attuale delle cose, che sappia guardare sotto la punta dell'iceberg e lì vedere la radice dei veri problemi che angustiano da anni la nostra isola. Solo allora, e qui avremo chiuso il cerchio, assumeranno un significato e una portata davvero storica anche quelle migliaia di bandiere sarde, vero simbolo di unità, che per un'intera giornata hanno colorato il centro di Cagliari sotto un accecante sole di luglio.

*Stefano Piroddi è addetto stampa per il coordinamento regionale del Movimento Artigiani e Commercianti liberi - Sardegna e portavoce per Cagliari e provincia

 

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