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Italiani a Berlino, Tagesspiegel:”Tantissimi i precari, ma almeno sono felici” PDF Stampa E-mail
Articoli della settimana - Articoli della settimana 2014
Domenica 07 Settembre 2014 23:54

Articolo pubblicato suberlinocacioepepemagazine.com

Il giornale tedesco Tagesspiegel ha dedicato un articolo sulla sempre più massiccia immigrazione degli italiani a Berlino. Due sociologhi tedeschi si sono personalmente interessati alla questione, studiando le cause storiche e le tendenze attuali di questo flusso migratorio, arrivando alla conclusione che Berlino è senza dubbio la città preferita dei migranti italiani, anche più delle regioni ricche, come la Baviera, nonostante anche loro abbiano registrato un aumento degli arrivi italiani.

L’immigrazione di italiani in Germania, in generale, e a Berlino, nello specifico, ha una lunga tradizione. Se è storicamente vero che i migranti della penisola si muovevano verso la Germania dell’ovest per coprire la necessità di manodopera nel settore industriale, è altrettanto comprovato che molti altri approdavano a Berlino ovest occupando i settori della ristorazione e del commercio. E spesso, per gli stessi motivi, anche i tedeschi dell’ovest si spostavano nella città divisa, attratti dalla maggior libertà e dal fascino, al tempo già avvertito, di Berlino. Il motivo fondamentale delle migrazioni interne dei giovani tedeschi era quella di riuscire a evitare la leva militare obbligatoria, un po’ come per gli italiani che, migrando, cercavano di evadere dai difficili anni di piombo del dopo ’68.

“Certi modelli sono rimasti gli stessi” ha potuto confermare la sociologa italiana Edith Pichler assieme al suo collega tedesco Oliver Schmidt, grazie alle interviste fatte agli italiani a Berlino. Interviste che sono state di massimo aiuto per far luce sulle tendenze più importanti di queste migrazioni.

Il “Mito Berlino” esiste e muove, rispetto agli ultimi decenni, moltissimi più italiani e italiane: a metà degli anni Ottanta vivevano a Berlino circa 8 mila italiani, numero che ora non si è moltiplicato, bensì triplicato. E se includiamo i berlinesi (non immigrati, ma di nascita) che nel primo grado di parentela hanno dei migranti italiani, il numero arriva fino a 26 mila persone.

La migliore qualità della vita è il motivo basilare del trasferimento in terra tedesca, assieme, nell’ordine, alla famiglia, al lavoro e allo studio. Per quanto riguarda le zone sono Friedrichshain e Kreuzberg i quartieri preferiti da chi arriva dalla penisola, ma in generale occupano diverse parti della città.

I modelli occupazionali
sono molto simili a quelli di una volta: come quelli che li hanno preceduti, sembra che gli italiani in Germania si guadagnino da vivere principalmente grazie al settore dei servizi e della ristorazione, della gastronomia e del commercio, anche se molti di loro sono attivi nel campo della cultura, e anche come giornalisti e graphic designers.

Le migrazioni non riguardano solo gli italiani e la destinazione non è solo Berlino: si può parlare ormai di una mobilità interna, una nuova mobilità europea, sulla quale l’Istituto di Ricerca Economica DIW ha fatto delle stime: nel 2012 c’erano 7,4 milioni cittadini europei che vivevano fuori dal loro paese d’origine, circa il 30%, un numero in aumento rispetto agli anni precedenti. “Per questo” scrivono Pichler e Schmidt “bisogna considerare i migranti non più come stranieri vagabondi ma come cittadini europei in mobilità”.

Tuttavia questa mobilità potrebbe anche portarli lontano dalla “città dei sogni”: anche se la maggior parte degli intervistati si considera berlinese a tutti gli effetti, almeno l’80% non nega che, se ricevessero una migliore offerta di lavoro, sarebbero disposti a trasferirsi altrove. Questo sarebbe il caso non solo di scienziati, architetti e ingegneri, ma anche di coloro che si fanno chiamare “precari creativi“. “La maggior parte degli intervistati sono in possesso di un diploma di scuola superiore, ma sebbene a volte possiedano un livelli di istruzione più avanzato” scrivono Pichler e Schmidt “i giovani italiani a Berlino si trovano spesso in condizioni precarie. Lo stipendio che percepiscono è una retribuzione piuttosto bassa e gli stessi lavoratori autonomi accusano non di rado uno stato di precarietà”.

 

 

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