Home Editoriali Altri autori Conosciamo Giuseppe Casu, il regista de "L'amore e la follia".La vita in miniera tra storia e attualità.
Conosciamo Giuseppe Casu, il regista de "L'amore e la follia".La vita in miniera tra storia e attualità. PDF Stampa E-mail
Editoriali - Altri autori
Giovedì 11 Settembre 2014 22:12

Di Gianni Olla *

In concorso al Torino Film Festival del novembre 2013 nella sezione documentaria (in palio il celebre premio Cipputi), il film di Giuseppe Casu, "L'amore e la follia", è stato prodotto dall'associazione Tratti Documentari, con la partecipazione del Centro nazionale della cinematografia, in Francia, e della Regione Sardegna.

Trattandosi di una storia - o meglio due storie parallele - di miniera, il titolo, nel corso della presentazione del film alla stampa, ha suscitato qualche curiosità. E il regista - anche operatore alla macchina - lo spiega con la famosa contraddizione psico-antropologica del lavoro minerario: durissimo, folle, ma anche atto d'amore nei confronti di quella costante avventura nel sottosuolo.

L'avventura "folle e amorosa" la si ritrova nelle biografie dei due testimoni/protagonisti. Silvestro Papinuto, oggi sessantunenne (presente all'anteprima), figlio di minatori, entra in miniera a 23 anni. Il luogo è San Giovanni, miniera metallifera a metà strada tra Iglesias e Gonnesa, chiusa nel 1992, dopo una dura lotta che portò all'occupazione dei pozzi. Documentata da numerosi spezzoni filmici tratti dall'informazione televisiva, quella battaglia preoccupò non poco le istituzioni, visto che i lavoratori si erano portati dietro una bella quantità di esplosivo e minacciavano di usarlo.



L'altro personaggio è Manlio Massole, nativo di Buggerru, insegnante e poeta per diletto, oggi ottantaduenne che, a quarant'anni, quando i bacini metallurgici dell'Iglesiente sono già in crisi, decide di cambiare mestiere. Farà il cronometrista proprio a San Giovanni, ovvero, userà il famigerato metodo Bedaux, che dovrebbe ottimizzare il lavoro manuale e che, in realtà, taglia continuamente i tempi di lavorazione, facendo risparmiare l'impresa.

I due, virtualmente contrapposti sul lavoro, finiranno per stare assieme dentro il pozzo, sostenendo le ragioni degli operai; ovvero consapevoli che l'era mineraria è finita per sempre, ma convinti che a Iglesias come in tutto il territorio circostante dovrebbero nascere nuove imprese.

Non c'è bisogno di sottolineare la tragica attualità dell'interrogativo posto dai due protagonisti - eppure sono passati vent'anni da quella chiusura - ma il senso del film sta piuttosto nel recuperare la memoria di che cosa è stata, nell'isola, la civiltà e "umanità" mineraria, e non in tempi remoti ma piuttosto l'altro ieri.



Così il film vive quasi di associazioni visive e auditive: le poesie di Manlio Massole creano quel corto circuito esistenziale tra amore e follia che rimbalza poi nelle giornate di lotta, anche queste trascritte come esperienza formativa straordinaria, sia pure destinata alla sconfitta; le riflessioni di Silvestro Papinuto sul fatto che la cultura del "saper fare", delle mani, prima o poi, si riaffaccerà nella civiltà umana, non è solo nostalgia. Infine, quella continua visualizzazione di un iglesiente sempre più conosciuto per le bellezze selvagge, soprattutto marine (Buggerru, Cala Domestica, Portixeddu, Pan di Zucchero, sembra voler ricordare quale passato nascondono quei luoghi destinati al turismo.

 

* La Nuova Sardegna

 

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