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Poesia: esiste una diaspora sarda...o questa è una etichetta che strangola? PDF Stampa E-mail
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Domenica 21 Settembre 2014 00:00

Di Daniele Barbiere *
Mettiamo radici nei luoghi dove cresciamo eppure ciò non ci impedisce di muoverci. E il dolore della lontananza (migrazione o esilio che sia) spesso non impedisce di intrecciare nuove radici alle vecchie. Per i poeti della diaspora sarda questa contraddizione – fra nostalgia e arricchimento, fra eterni ritorni e voglia di muoversi – si traduce in linguaggi.


Fuori dall’Isola oggi i nomi più importanti della diaspora (ma il termine è contestato, come si vedrà) sono Antonella Anedda, Alessandra Berardi, Giovanni Dettori, Alberto Masala.Fra i più giovani io sono rimasto molto colpito da Riccardo Fadda e da Sergio Garau (www.attimpuri.it) che spero presto di ospitare in blog. Chissà se anche i rapper si contano (e vengono contati) fra i poeti? Ovviamente un far poesia che è spesso bilingue o trilingue. E si va dal classico allo sperimentale, dai versi da declamare al poema epico.
Tre interviste per cominciare un discorso.
Vive a Bologna e si riconosce in versi polemici come «non conosco la sponda / e se tornassi non riconoscerei da dove son partito». Eppure Alberto Masala di continuo organizza nella natia Sardegna incontri culturali.

«Se per poesia sarda si intende quella che attinge a matrici di cultura sarda, la risposta è: Non esiste una poesia sarda in diaspora. Esistono sardi che scrivono poesia, ma da italiani. Probabilmente sono il solo ad avere una cifra stilistica e formale che sa e può attingere alla cultura sarda anche quando scrivo in altre lingue. Non è una distinzione di merito, penso sia un dato di fatto. Invento i miei metri, ma parto dalla formazione sarda che riconosco e rivendico. Spesso mi sono calato nelle gabbie formali della tradizione, ma per rinnovarla, sperimentandomi nel canto “a tenore” contemporaneo o nel rap in sardo. Quando scrivo in sardo, penso in sardo e uso strutture sarde. Pure quando scrivo in altre lingue (o le mescolo) parto da strutture sarde che prevedono la traduzione immediata nel canto e nella ritmica. Anche Giovanni Dettori si avvicina alla matrice della poesia sarda, partendo però dall’epica classica antica o ispanica delle origini. Mentre altri si formano nella colonizzazione italiana, Giovanni risale alle precedenti. Per quanto mi riguarda, una formazione solida può relazionarsi con le altre culture senza subirle».

In questo quadro Masala non si colloca: «un poeta non si auto-nomina: viene nominato. Nella tradizione sarda è una regola ferrea che rispetto completamente: se sei capace, il pubblico ti ascolta, altrimenti scendi e fai spazio a chi lo fa meglio di te. Decide il pubblico, non il sistema autoreferenziale della “poesia” come succede in Italia. Qualcuno mi ha definito post-coloniale, come certi haitiani, africani o brasiliani. Una definizione che assumo: sono un poeta sardo postcoloniale».

La definizione diaspora sarda risulta ambigua per Giovanni Dettori: «poesia in sardo, oppure in altra lingua diversa da quella materna? Ci sono, in diaspora, anche poeti sardi che scrivono in francese, oltreché in italiano. Nel primo caso, le mie conoscenze sono limitate: Alberto Masala, bilingue, e Antonella Anedda che sporadicamente scrive anche in sardo. Qualche volta, negli intervalli d’insania, mi diverto anche io a versificare in un rigoroso logudorese-barbaricino, che si presta piuttosto bene alla poesia satirica. Più che di poesia in diaspora, parlerei – e amo parlare – di poesia dell’esilio, dello sradicamento: quando l’albero tagliato  è diventato una croce. Quando si è assunto il senso di essere in patria, in casa propria, mentre si è in esilio. E si è sradicati nell’assenza del luogo, esiliati da ogni bandiera, da ogni patria terrestre. Ma forse è proprio sradicandosi che si cerca  e a volte si trova più realtà. E si viene in qualche modo restituiti, allora, alla nostra riva natale. Frequento poco o nulla i poeti aurati “nazionali” di oggi: non sono mai in esilio, loro. Parrebbe non sappiano cosa sia. Frequento piuttosto poeti iracheni, algerini, siriani, altri mediterranei e non, esiliati anche loro ai quattro venti del mondo. Mi colloco tra questi».

Infine Alessandra Berardi. «Non sono una poetessa russa bianca ed ebrea, fuggita a Parigi nel 1917. Forse sarei più affascinante… E invece no: niente diaspora, e niente esilio. Sono una poetessa sarda in trasferta, ecco. Sono di lingua madre italiana per origine, ma certo lingua e cultura sarde passano per la penna. Il mio umorismo, ad esempio, per alcuni Yiddish, per altri British… per me è “Sardish”: ho un debito con la sintesi fulminante dei sardi. Pratico calchi sardi, ma “senza farlo apposta” (è meglio!). È stato il linguista Andrea Deplano a chiarirmi che il mio uso “sfrenato” del settenario è dovuto all’eco della nostra tradizione. E alla fine… la vera patria del poeta è la lingua, e il suo suolo farà sempre affiorare pezzi importanti di radici. Io non mi colloco: mi collego. Con i poeti, i giocatori di parole, gli scrittori “non infantili” per bambini. Con gli artisti sardi amici… Musicisti, attori, pittori, poeti… Con un occhio speciale per le artiste, che in questo momento, in Sardegna, rappresentano la vera novità».

Infine segnalo che la professoressa Marzia Caria (dell’università di Sassari) ha dedicato al poeta sardo-australiano Lino Concas un volume «Launeddas e didjeridoo. Sardegna e Australia nella poesia di Lino Concas».

* articolo originale pubblicato su www.danielebarbieri.wordpress.com

 

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