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Tor Sapienza a Roma, Unica in Sardegna, di Salvatore Cubeddu PDF Stampa E-mail
Editoriali - Salvatore Cubeddu
Venerdì 14 Novembre 2014 00:00

Di Salvatore Cubeddu

La storia della Sardegna non coincide con la storia dell’Italia. Nel passato, ma anche nell’oggi. Eppure tanti tra noi – soprattutto nelle città, specialmente nel capoluogo – si affaticano a farle coincidere, soprattutto importando dal Continente eventi e personaggi o evitando di offrire rilevanza a ciò che qui semplicemente succede. Ma, neanche questo è del tutto vero, non sempre. E vado sullo specifico.

I due quotidiani sardi lodevolmente hanno dato spazio alla vertenza dei 1634 ‘esuberi’ della Meridiana. Contemporaneamente i quotidiani italiani mettevano in rilievo la rivolta dei romani di Tor Sapienza contro gli extracomunitari alloggiati dal Comune nel loro quartiere. C’è pudore e paura ad ammetterlo, in Italia – e nella capitale della Chiesa cattolica di papa Francesco – questa settimana si è visto l’inizio di quanto finora abbiamo letto su Parigi e Londra, per non parlare degli USA: mobilitazioni urbane a sfondo razziale, seppure ancora non esplicitamente razziste (almeno nelle pubbliche dichiarazioni). E’ stata lanciata la pietra, difficile che altre non ne seguano la parabola. E la resa dei conti potrebbe risultare drammatica per tutti e dappertutto. Neanche noi rischiamo di fare eccezione.

Intanto, però, la nostra storia racconta la vicenda dei nostri emarginati che rifiutano di esserlo e fanno di tutto per unirsi e trovare comuni soluzioni. ‘Unica’ è il nome dell’iniziativa, a confermare che di tutti ed unitaria è la lotta per il lavoro. Mettendo insieme guidatori di aereo con guide di greggi, addette alle macchine tessili con aggraziate hostess, tute con casco sardizzato e magliette arancioni e blu. Uniti per non morire. Come i paesi di Oristano. Come la disastrata Olbia. Come la città di Nuoro e la sua provincia. E il Sulcis. Come, ma riguarda solo i credenti, il vecchio clero cattolico: non se ne parla, ma sarà il primo ceto sociale a ridursi drammaticamente, anche se non solo in Sardegna. Come … la speranza dei giovani. Allora: dobbiamo solo contemplare estinzioni o possiamo reagire?

E’ difficile pensare che Pigliaru e la sua giunta possano reggere il carico di questi problemi. Troppo annosi. Troppo a lungo trascurati. Troppo lontani dalla cultura prevalentemente economicista di chi soprattutto si è occupato di bilanci. E … con bilanci in rosso.

La Sardegna è lontana, Roma non vuole, non sa, non  può agire in modo risolutivo a nostro favore. Roma non ci teme, si difende con il Tirreno. Continua a ‘servirsi’ delle nostre risorse per quanto può e glielo consentiamo.

Siamo costretti a fare da soli. Come nelle innumerevoli marce già conosciute (dalla prima – sa marcia de su trabagliu dei metalmeccanici sardi, del 6/7 dicembre 1979 – sono passati 35 anni!). Bisogna prendere atto che la vertenzialità paga sempre di meno e che bosogna passare alla sussidiarietà: ognuno, in quanto padrone e responsabile di se stesso deve fare tutto quello che può, per quello che deve. Poi, può pretendere e attendersi un sostegno.

A questo stadio di bisogno non devono accettarsi privilegi. Nuovi canoni di giustizia devono individuarsi nelle decisioni sulle pubbliche risorse. Non possiamo permettere che i beni comuni – a iniziare dalle risorse finanziarie della Regione – vengano accaparrate da singoli o piccoli gruppi, si tratti della città capoluogo o di personaggi e categorie privilegiate.

Dobbiamo re-iniziare. Avendo fatto esperienza di tante marcie, mettiamoci tutti in marcia.

 

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