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Pirandello e l’abisso del Novecento PDF Stampa E-mail
Editoriali - Daniele Madau
Domenica 25 Gennaio 2015 19:04

Si sono concluse il 18 gennaio 2015, al Teatro Massimo per il circuito Cedac, le repliche dell’Enrico IV di Pirandello, con protagonista Franco Branciaroli: successo, annunciato, di critica e di pubblico, per un’opera irrinunciabile nell’analisi del Novecento.

Di Daniele Madau

La sala del Teatro Massimo, per l’ultima replica, è piena: davvero Cagliari si conferma, come sempre è stata, attenta a ciò che accade nei palcoscenici teatrali, quasi fosse l’Atene di Pericle.
Se, poi, ciò che accade sul palcoscenico è pensato da Pirandello, tutto il Novecento prende vita in quella scenografia: Pirandello è il Novecento.
Come, negli ambiti propri, Munch, Kafka, Musil, Svevo, l’autore siciliano ha anticipato, e interpretato, quel viaggio verso l’abisso che, per molti aspetti, è stato la prima parte, ma non solo, del secolo passato.

Pazzia, presunta sanità, verità, burla, incomunicabilità, frantumazione dell’io, affanno, sconfitta, e, soprattutto, ansia di porre domande a un interlocutore che non si può trovare: questo, approssimando per difetto, è l’attuale (immortale?) lascito del Nobel di Agrigento, in cui, in controluce, vediamo tutti i dolori del genere umano.
La trama è conosciuta ma, essendo sempre donatrice di nuove sfumature di comprensione, è necessario ricordarla: un nobile del primo '900 prende parte ad una mascherata in costume, nella quale impersona Enrico IV a cavallo; alla messa in scena, prendono parte anche Matilde Spina, donna della quale è innamorato, ed il suo rivale in amore Belcredi. Quest'ultimo disarciona Enrico IV, il quale nella caduta batte la testa e si convince di essere realmente il personaggio storico che stava impersonando. La follia dell'uomo viene assecondata dai servitori, che il nipote mette al suo servizio per alleviare le sue sofferenze. Dopo 12 anni Enrico guarisce e comprende che Belcredi lo ha fatto cadere intenzionalmente per rubargli l'amore di Matilde, che poi ha sposato e con il quale è fuggita. Decide così di fingersi ancora pazzo e di immedesimarsi nella sua maschera. Dopo 20 anni dalla caduta, Matilde, in compagnia di Belcredi, della loro figlia e di uno psichiatra va a trovare Enrico IV: ed è qui che comincia l’opera - mentre le parti precedenti sono affidate ai flashback inseriti nelle battute - che si conclude con il “folle” Enrico IV che sguaina la spada e trafigge Belcredi, ferendolo a morte. Per sfuggire definitivamente alla realtà (in cui tra l'altro sarebbe stato imprigionato e processato), decide di fingersi, forse, pazzo per sempre, mentre le ultime battute di Belcredi morente (“Lui non è pazzo”!) risuonano sul sipario che si abbassa.
L’esperienza della guerra, l’ormai preponderante industria alienante, la società di massa: questi sono i caratteri peculiari del secolo che hanno creato l’uomo senza qualità, dal romanzo di Musil, lo scarafaggio Gregor Samsa di Kafka, schiacciato e spazzato, e i personaggi senza autore e senza un io centrato ed equilibrato di Pirandello.
Così, l’uomo comune, mediamente sensibile e idealista, soccombe spersonalizzato, schiacciato anche da una borghesia emergente ma sana solo all’apparenza, nascosta dietro le sue maschere; in questo circolo vizioso non è previsto neanche un corto circuito ultraterreno, ad ancorare la sofferente umanità a un solido baricentro.
Solo il "folle", in questo caso Enrico IV, che pure è una figura sofferente ed emarginata, riesce talvolta a liberarsi dalla maschera pur, paradossalmente, indossandola, e in questo caso può avere un'esistenza autentica e vera, che resta impossibile agli altri, nascosti dietro una invisibile, e perciò ineliminabile, maschera.
Appare palese, credo, quanto le dinamiche della nostra società si possano sovrapporre: la minaccia della spersonalizzazione, la frantumazione dell’io in cerca di autenticità, la pluralità di comode maschere da indossare, anche attraverso gli invasivi social-networks.
Per questo l’allestimento poteva essere più attuale, anche tramite un “risciacquamento dei panni” nel lessico del duemila.
La compagnia lascia un’impressione di rigido professionismo, sciolto dalla passione di Branciaroli; il pubblico, tuttavia, ha apprezzato, con più minuti di applausi: questo, in fin dei conti, lascia la speranza che ci sia tanta gente disposta a “restare umana”.

 

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