Home Editoriali Altri autori La festa del lavoro (precario). Storia di una molestatrice telefonica di vecchietti. Di Francesca Mulas
La festa del lavoro (precario). Storia di una molestatrice telefonica di vecchietti. Di Francesca Mulas PDF Stampa E-mail
Editoriali - Altri autori
Venerdì 01 Maggio 2015 11:31

Di Francesca Mulas *

“Evidentemente non hai voglia di lavorare”, mi ha detto. Eh già, quando stamattina ho presentato la lettera di dimissioni, la risposta del capo è stata questa. Magari è così, forse non ho voglia di lavorare. Ho salutato, raccolto le ultime cose dalla scrivania e sono uscita dall’ufficio, un palazzone con poco stile e troppe luci al neon nella zona industriale di Cagliari.

E ora sono qui davanti al computer, rimetto mano al curriculum per la settima volta dall’inizio dell’anno. Aggiungiamo la voce: operatore di vendita in outbound, settore telefonia, 19 aprile – 1 maggio 2015. Ben 12 giorni di lavoro prima di crollare. Provateci voi a stare con una cornetta in una mano e una lista di nomi nell’altra per sei ore di seguito, provate voi a chiamare ventisei numeri telefonici in un’ora, a cercare di non farvi sbattere il telefono in faccia mentre volete vendere un abbonamento luce gas, a convincere che il risparmio è assicurato, basta ascoltare la nostra proposta pensata solo per te. È dura resistere quando le persone urlano, ti ricordano che è ora di pranzo, ora di cena, ora di riposo, che hanno lavorato tutto il giorno e adesso vorrebbero solo starsene tranquilli a casa senza dover fare conti di spese e bollette.

 

Da tanti, troppi, ci sono solo insulti. E comunque, il mese d’affitto va pagato, la spesa va fatta, l’assicurazione della macchina va versata. Certo, non me l’ha imposto nessuno di andare via di casa, potevo stare ancora dai miei che un letto e un pranzo me lo passano anche a 35 anni suonati. Ecco, adesso mi devo pure giustificare per aver cercato casa in affitto. Comunque peggio per me che non ho voglia di lavorare, adesso mi ritrovo di nuovo davanti alla mia vita in formato word: 35 anni, un diploma da ragioniera in borsetta. E poi, in ordine sparso: promoter in un centro commerciale, vendita di una rivista mensile per strada, aiuto cuoca in ristorante, operatrice in agenzia di scommesse, banconiera, pulizie, baby sitter, segretaria. E, ogni santo giorno, a spedire curriculum e controllare compulsivamente Baratto, Lavoropuntoit, Subitopuntoit, CercaLavoropuntoit.

Arriverà il Lavoro vero, mi dico, prima o poi. All’età di 24 anni era arrivato davvero, il lavoro con la L grande: operatore di call center di terzo livello, niente numeri da chiamare ma rispondo a telefonate per aiutare la gente. “La linea internet non va’, ‘il modem è rotto’, ‘la lucina rossa si accende ma quella verde no’, roba così. Se non fosse che stare tutto il giorno con cuffia e microfono a parlare con la gente dopo un po’ è alienante, potrebbe pure essere il lavoro perfetto: sei ore al dì, ferie pagate, straordinari extra, il tutto con un incredibile, meraviglioso contratto a tempo indeterminato. È strano dopo il turno tornare a casa e non avere nulla da fare: niente controllo della posta, niente aggiornare curriculum. Imparo per la prima volta cosa significa tempo libero: leggo, esco, vedo persone, viaggio, vado a cena fuori e al cinema e a fare shopping, posso addirittura pensare a comprare un’auto nuova, un pc nuovo, un giorno una casa mia, chissà.

Non immaginavo che la felicità potesse essere una scrivania e un telefono dentro un call center. Sono quattro anni di pace, di conti a posto, di pensieri sul futuro ma soprattutto sul presente. Poi, il disastro: gli stipendi in ritardo, i contributi non pagati, il sindacato, i presidi in via Montecassino: dopo tre mesi i capi ammettono candidamente che la società è fallita. Finito tutto, il lavoro e i soldi, da domani a casa. Qualche mese dopo il presidente finisce in galera, dicono che ha rubato undici milioni di euro. È ancora in carcere, gli restano altri sei anni per bancarotta fraudolenta e fatture false, ma chissà come mai l’immagine di lui dietro le sbarre non consola me né gli altri duemila che hanno perso il lavoro. L’Inps ci passa un assegno di disoccupazione, poi arrivano i corsi di formazione professionale obbligatori: barman, somministrazione e preparazione di cibi e bevande, ancora barman(ma non lo avevamo già fatto?).

Finito tutto si ricomincia. Ancora baby sitter, ancora promoter, ancora segretaria. Ora che ho la qualifica per lavorare dietro il bancone di un bar magari arriverà qualcosa di serio, mi dico. E invece arrivano solo i trenta euro che i gestori di locali vogliono spendere per un aiuto in sala. Sei, otto, dieci ore di lavoro, spesso si inizia alle sei di sera e si finisce la mattina dopo, finché i clienti non vanno via. A Cagliari ci sono tanti spazi tra bar, discoteche e pizzerie, ci sono i chioschi al Poetto e i pub in centro, non è difficile racimolare qualcosa. Ma dimentichiamoci il fisso con straordinari pagati, si lavora a chiamata e se non puoi pazienza, ti rimpiazzano con qualcun’altra. C’è il titolare onesto che divide le mance tra tutti, e c’è quello che gestisce il grande bar in riva al mare, sempre pieno anche in inverno, ha i tavolini sulla sabbia con vista Sella del Diavolo: guadagno cinque euro all’ora perché ho tanta esperienza alle spalle, la mia collega appena arrivata non è così fortunata, avrà due euro all’ora.

E arriva poi il nuovo lavoro: l’annuncio dice che cercano persone con ottimismo, buona dialettica, empatia, entusiaste, con voglia di crescere e di esprimere le proprie potenzialità con impegno, determinazione e motivazione al risultato. È il solito call center che vende cose, insomma. Io ci provo, arrivo nel palazzone delle luci al neon per le tre settimane di prova senza stipendio: dovrò rimediare appuntamenti con un venditore. Sembra facile e infatti supero la prova: ho un contratto per quattro mesi. Accanto a me il capo, dobbiamo chiamarla team leder, ha 22 anni e dicono che guadagni tremila euro al mese ma io non ci credo. È strano farsi controllare da una che ha 12 anni meno di me, così giovane eppure così autoritaria. Undici giorni ho resistito, il dodicesimo ho chiamato una signora molto anziana. “Signora, mi dice quanto spende per la luce?” La signora non capiva, non voleva parlare con me.

Telefonata difficile, e così la team leader si è piazzata accanto a suggerire: “Dille che la farai risparmiare, dille che abbiamo scelto il suo nome tra tanti” e io a ripetere signora, abbiamo scelto il suo numero tra tanti per farla risparmiare, e la vecchina no, sentire parlare di soldi e di contratto la faceva agitare, “Ho novant’anni, non capisco niente di queste cose” rispondeva. Dille ancora così, dille questo e quest’altro, ripetevo e ripetevo, la vecchina sembrava sempre più spaventata. “Dille così: se io potrei approfittare, lo farei”. Questo è troppo. Se potrei alla vecchina non lo dico. Ho chiuso il telefono, il capo mi ha guardato con disprezzo ed è tornato nel suo ufficio. Il giorno stesso, la lettera di dimissioni. “Evidentemente non hai voglia di lavorare”. Già, deve essere proprio così, alla fine. Dovrò farmene una ragione.

 

 

* articolo pubblicato su Sardiniapost.it

 

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