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La lunga strada verso la verità per il Moby Prince. L'intervista a Luchino Chessa, di Daniele Madau PDF Stampa E-mail
Editoriali - Daniele Madau
Venerdì 07 Agosto 2015 21:32

Il 22 luglio il Senato, all’unanimità, ha deciso l’istituzione di una commissione d’inchiesta sulla tragedia del Moby Prince: finalmente una presa di posizione consapevole della politica, sui misteri che avvolgono la notte del 10 aprile 1991. Una notte nella quale morirono 141 persone, tra le quali tanti sardi: più di vent’anni di silenzi assordanti.. In occasione di una notizia così attesa, abbiamo incontrato Luchino Chessa, figlio di Ugo, comandante del Moby Prince.

Di Daniele Madau

Può uno Stato non accettare che si faccia chiarezza sulla morte di 141 suoi figli? Può una Regione non gridare di volere la verità sulla morte di decine di sardi? Domande senza risposta. C’è chi, però, non smette di lottare. Così riponiamo le nostre speranze nella nuova commissione d’inchiesta e, per un giorno, gioiamo di questo passo. Come si sente di essere felice Luchino Chessa, figlio del comandante Ugo, che quella sera governava il Moby Prince: “Alcuni mi hanno chiesto, retoricamente, cosa cambierà, ma per me, ora, è importante gioire.”

Partiamo da una delle fotografie simbolo del rogo sul Moby, dopo lo scontro con la petroliera Agip Abruzzo: quella del corpo che, la mattina dopo, brucia sul punte. Cosa ci dice quella drammatica immagine?

Ci dice che dentro il Moby Prince c’era ancora gente viva; uno dei punti forti di chi ha voluto chiudere tutto era dire che fossero morti nell’arco di mezz’ora tutti quanti. Anche se arrivati in tempo, secondo la loro versione, i soccorsi non avrebbero potuto fare nulla. Invece quel corpo di una persona viva, che la mattina esce, va sul punte, cerca scampo e poi cade sfinita ci dice che soffrirono a lungo. Lo stesso mozzo Bertrand (l’unico sopravvissuto), disse che c’erano persone vive. Dopo mezz’ora di silenzio, però, una persona dell’equipe che portò in salvo lo stesso Bertrand dirà di aver saputo da lui stesso che i passeggeri del Moby erano tutti morti. Anche questa è una cosa che lascia stupefatti. E’ come se gli avessero fatto il lavaggio del cervello e gli avessero fatto cambiare idea.

Le persone erano nella sala Deluxe perché si aspettavano i soccorsi molto presto, essendo ancora in rada, e perché la sala era un compartimento stagno. Invece il fuoco avvolge il salone e loro, poco a poco, muoiono. E’ una ricostruzione esatta?

 

Secondo me sono morti dopo molto tempo; a un certo punto hanno aperto le porte perché c’era caldo e hanno cercato di raffreddarsi con le manichette anti-incendio. Alcuni sono scesi nel garage, come è evidente dalle impronte delle mani sulle auto coperte di fuliggine e bruciacchiate dal fuoco. Per cui alcuni sono morti nel salone, soprattutto anziani, donne e bambini. Invece i single, i mariti sono andati avanti a cercare vie di fughe e sono morti cercando salvezza. Il fatto che siano morti, purtroppo, lentamente, è provato anche dal fatto che abbiamo trovato oggetti intatti indosso alle persone che cercavano salvezza, in attesa dei soccorsi: è questa attesa la cosa più drammatica.

Il nostromo Ciro Di Lauro, che ha subito un processo, si è accusato di aver manomesso, la mattina dopo, il timone, giusto?

Non ricordo quando ha detto di averlo fatto; io la mattina dopo l’ho visto e mi ha abbracciato piangendo. Qualche giorno dopo ho avuto la sensazione che neanche mi guardasse più. Forse era solo una sensazione, non so.

Dall'analisi del materiale a disposizione, in particolare dai file audio, emergerebbe una superficialità dei soccorsi imbarazzante. Come si può conciliare questa superficialità, che già di per sé può essere colposa, con gli “scenari di guerra” di cui si è tanto parlato? La disarmante trascuratezza non potrebbe essere già una spiegazione del ritardo nei soccorsi stessi?

Noi pensavamo così, però il ritardo è troppo, è tutto troppo strano. Io non lo so, però non è normale che il comandante del porto arrivi dopo un bel po’ di tempo e, anziché salire su una motovedetta, vada a cambiarsi per mettersi la divisa d’ordinanza e non si dedichi a coordinare i soccorsi. Nelle registrazioni il comandante non parla mai: se io fossi stato al suo posto avrei coordinato i soccorsi, avrei cercato contatti per capire cosa stesse accadendo. Assurdo che una pilotina, una navina, abbia visto per prima il Moby Prince e abbia recuperato il mozzo, nonostante ci fossero i rimorchiatori e i vigili del fuoco. Io non so se la petroliera avesse qualcosa da nascondere: di sicuro era in una zona dove non poteva stare e, di sicuro, ha attirato i soccorsi verso di sé. Il totale delle vittime, infatti, fu tutto a carico del Moby, mentre nessun membro della petroliera morì.

Esisterebbero delle risultanze che, anche per la vicinanza a Livorno della base navale americana di Camp Darby, parlerebbero sia di navi che si trovavano lì sotto falso nome, sia di traffico di armi verso la Somalia.

Io non so se c’entri davvero qualcosa il traffico di armi con la strage del Moby Prince: sta di fatto che, qualcosa, lì c’era. Noi sappiamo soltanto che il Moby Prince stava andando per la sua strada ed era lontano dall’Agip Abruzzo, come aveva affermato l’avvisatore marittimo. Non era nella traiettoria della petroliera, all’inizio, ma ha dovuto invertire la rotta a causa di qualcosa, cambiare traiettoria e tornare indietro: così ha fatto una grossa virata e si è inchiodato sulla petroliera. Nei processi, però, è emerso come il traghetto andasse dritto sulla petroliera, a causa di un banco di nebbia e della distrazione. Sono state fatte indagini e incidenti probatori su alcune parti, le eliche e il loro sistema oleodinamico – visto che sembrava che qualcosa non avesse funzionato bene - ma non sappiamo cosa abbia fatto virare il traghetto: un ostacolo? Una nave?. Il fatto poi che il Moby Prince non esista più (è affondato nel 1998 e poi smaltito, nonostante i tentavi di opposizione al dissequestro: altro particolare incomprensibile) non ci permette di approfondire. L’ipotesi è che chi stava facendo altro, e magari non in maniera legale, si sia trovato nella possibilità di essere scoperto. A Livorno, probabilmente, si sapeva cosa succedeva lì, forse lo sapevano anche i responsabili del porto; per cui potrebbe anche essere che si siano tentate delle azioni per tenere sotto controllo tutto. Non tanto come cause dell’incidente ma per ciò che è successo dopo, i ritardi nei soccorsi e il tentativo di ridurre tutto a un banale incidente. Però sappiamo, si vede benissimo da alcune immagini, che non era presente nessun banco di nebbia e, soprattutto, contrariamente a quanto hanno affermato i periti, il Moby Prince era dietro la petroliera e non davanti, come ci si aspetterebbe nel caso di un incidente avvenuto secondo le modalità che sono state indicate. Tutto questo è stato detto durante i processi ma non è servito. Il primo, poi, è stato drammatico, doloroso: l’avvisatore marittimo, che è quello che sta sulla torretta e vede tutti i movimenti delle navi, grazie a una bussola presente sul suo vetro, affermava come il Moby avesse preso una rotta diversa da quella riportata nelle perizie ufficiali; è stato, però, rovinato, è stato fatto passare come un ignorante superficiale. Il processo credo sia stato pilotato bene, indirizzato a una versione che vedeva il Moby troppo veloce, un radar non funzionante e il banco di nebbia. E’ chiaro che se piloti il processo in questo modo hai ottenuto ciò che volevi.

Dei 141 passeggeri morti, tanti erano cittadini sardi. Qual è stato il comportamento della Regione Sardegna davanti a tutto questo?

Silenzio assoluto, nessuno ha mai fatto niente, nessuno si è preso la briga di proporre qualche iniziativa da nessun punto di vista. Neanche nessuna dichiarazione.

I rapporti con le altre istituzioni come sono stati?

Praticamente nulli; abbiamo avuto qualche contatto con alcuni parlamentari nel passato: precisamente avevamo tentato di far costituire la commissione d’inchiesta negli anni ’90, con l’onorevole Magrone, ma non si è mai arrivati a nulla. Il primo reale rapporto l’abbiamo avuto con l’onorevole Michele Piras, che ha aperto la strada; poi sono arrivati i Cinque Stelle, precisamente con Sara Paglini. Si è interessato poi Luigi Manconi, col quale ci siamo incontrati a Sassari, con Piras, Silvio Lai e l’ex ministra della Giustizia, Anna Maria Cancellieri, nell’occasione in cui ci siamo fatti sentire con la ministra in maniera forte. Poi altri di Sel, come Petraglia e Uras. Loro si sono dati da fare: e ora tre disegni di legge sono stati riuniti in un testo unico e, dopo alcune peripezie e nostre dichiarazioni forti, si è arrivati alla commissione d’inchiesta. Non avrei potuto stare zitto, per assecondare i giochi politici: non tanto per me ma per i morti, per i cittadini italiani e per la giustizia, e ora gioisco per questo risultato.

Come hai vissuto i momenti dopo la strage?

I momenti più difficili sono stati quelli dopo la scoperta della notizia e quando abbiamo dovuto riconoscere i cadaveri, come si può immaginare. Poi, dopo il momento di stordimento iniziale, era arrivata anche un’ingenua fiducia: pensavamo che le cose potessero andare secondo una linea condivisa, perché io, noi, credevamo nella giustizia. Noi come parti civili abbiamo dato il massimo, abbiamo messo il nostro impegno, anche finanziario, i nostri avvocati, i nostri periti, mettevamo in mano ai giudici le nostre scoperte. Poi ti rendi conto che questo non serve e ti senti tradito: questo ha fatto davvero male, il tradimento della Giustizia, con la g maiuscola, da noi avvertito, ci ha quasi distrutto. Poi ci siamo temprati e siamo andati avanti.

Come si stanno muovendo le associazioni che lottano per la verità?

Esistono due associazioni: “140” e quella dei familiari delle vittime “10 aprile”. Ormai stiamo lavorando insieme; nel passato, purtroppo, abbiamo avuto divisioni, forse pilotate: noi stupidamente abbiamo assecondato quella strategia. Ora no, però, e c’è stato un forte cambio di passo: sperimentiamo il fatto che “l’unione fa la forza”. E’ davvero cambiato tutto, è questo e molto importante. Speriamo che sia anche mutato il momento storico, e che sia più favorevole.

Come vuoi ricordare tuo padre, il comandante Ugo Chessa?

Mio padre è nato a La Spezia, siamo di Cagliari però. E’ stato uno dei più giovani comandanti del Mediterraneo. Aveva tantissima esperienza su rotte transoceaniche, su mercantili, petroliere; aveva comandato la nave di Khasshoggi, per tanti anni. Un uomo di esperienza ma, più che altro, di alto rigore professionale. Un uomo tutto d’un pezzo, che non transigeva sul lavoro, ferreo: faceva quasi paura. Poi, però, al di fuori del lavoro si apriva, era buono. Questo fa ancora più rabbia: pensare che un uomo così, con una disciplina marinara del suo stampo, possa essere tacciato di questa superficialità. Noi combattiamo per tutti ma io e mio fratello Angelo abbiamo anche il dovere di tutelare la sua immagine. In tutti gli ambienti, però, dove l’hanno conosciuto nessuno crede alle stupidaggini dette sul suo conto. Nelle conclusioni dell’ultima inchiesta, quella che abbiamo fatto riaprire nel 2006 e fu portata a termine nel 2008, emerge che quasi navigasse con spensieratezza. Come si può affermare una cosa del genere? E pensare che siamo stati anche accusati di aver fatto spendere, con la riapertura dell’inchiesta, denaro pubblico.

 

 

 

 

Commenti   

 
0 # Redazione 2015-10-31 17:55
Riceviamo e pubblichiamo il comunicato stampa dell'Associazio ne 10 Aprile, familiari vittime Moby Prince.

Cagliari 30 ottobre 2015

Comunicato stampa
Grazie all’impegno personale del Presidente del Senato Pietro Grasso la Commissione d’inchiesta sulla strage del Moby Prince finalmente parte.

Il Presidente ha voluto personalmente lanciare un ultimatum ai gruppi che ancora non avevano nominato il loro Commissario, anche di fronte ad una sollecitazione che arrivava da più parti, dalla politica, dalla collettività e dai familiari che, non dimentichiamolo , avevano lanciato l’idea di uno sciopero della fame che sarebbe iniziato il 1 Novembre.

Una iniziativa forte di rottura, ma non poteva essere altrimenti per noi familiari che da troppo tempo attendiamo delle risposte concrete.

Attendevamo una risposta e questa è arrivata personalmente. La telefonata di Grasso a Loris Rispoli denota una sensibilità non comune fra i politici, un gesto di rispetto, ma anche di impegno e di volontà affinché venga fatto il possibile per fare piena luce sulla strage della strage del Moby Prince.

Dopo quasi 25 anni di bugie, di silenzi, di coperture, omissioni, manomissioni , depistaggi e quant’altro, oggi una Commissione formata da 20 Senatori si accinge a lavorare per verificare quali cause e quali responsabilità hanno permesso che 140 persone morissero arse vive nella vana attesa di soccorsi.

Noi confermiamo tutta la nostra fiducia nelle istituzioni e nel lavoro che si accingono ad iniziare. Da parte nostra ci sarà la massima collaborazione e vigilanza; vogliamo infatti essere attori e spettatori di un lavoro comune che porti a dare delle risposte certe.
I Commissari, ai quali sin da ora facciamo gli auguri di buon lavoro, devono sapere che noi siamo disponibili e attenti, per condividere e accertare, per scrivere una volta per tutte la parole fine a questa terribile vicenda.

Vogliamo che chi ormai è anziano sappia perché gli è morto un figlio, vogliamo dire a quei figli rimasti, senza padre o madre, perché sono cresciuti nel dolore.
Questo dovranno fare i 20 Senatori della Repubblica; forti del loro ruolo dovranno dare delle risposte certe a chi ormai aveva perso ogni speranza.
Noi siamo in attesa solo di quella verità che molti conoscono e nascondono, Noi esigiamo di leggerla nei lavori della Commissione.

Grazie a quanti in questi giorni, mesi, anni si sono mobilitati al nostro fianco convinti che #iosono141 non è un segno e tre parole, ma un grido di Verità e Giustizia.
Grazie ancora al Presidente Grasso e ai Senatori della Repubblica!

Loris Rispoli Luchino Chessa
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0 # Redazione 2015-10-31 17:52
Riceviamo e pubblichiamo il comunicato stampa dell'Associazio ne 10 Aprile, familiari vittime Moby Prince.

Cagliari 28 ottobre 2015

Vogliamo la nomina dei membri della commissione d'inchiesta sul Moby Prince subito!

Sono passati ben tre mesi dalla votazione all'unanimità in Senato della costituzione della Commissione parlamentare d'inchiesta sulla strage del Moby Prince e ancora siamo fermi. Grazie al Presidente Grasso, oltremodo sollecitato dalla iniziativa di Loris Rispoli, presidente dell'associazio ne 140, di intraprendere il gesto estremo dello sciopero della fame, forse l'impasse politico si sblocca. Attendiamo con ansia che vengano nominati il presidente e i 20 membri della commissione, ma ben quattro gruppi parlamentari non hanno ancora indicato i nomi. La nostra speranza è che la commissione sia composta da personalità di particolare competenza e di alto profilo morale. Il lavoro che dovrà fare la commissione e' molto impegnativo, poiché dovrà districare una matassa di quasi 25 anni di bugie e distorsioni della realtà costruite ad arte. Una commissione che purtroppo ha i limiti di avere una durata di soli due anni e in ogni caso di decadere con la fine della legislatura attuale. Per motivo i familiari delle vittime premono perché la commissione inizi quanto prima la sua attività'. Come è stato evidente da prima della sua costituzione, i familiari delle vittime del Moby Prince non staranno zitti e seguiranno con attenzione e senza sconti le attività della commissione, ma saranno anche pienamente disponibili a dare tutto il contributo necessario. Chiediamo a tutti gruppi parlamentari un impegno particolare e al Presidente Grasso di continuare a vigilare.
Nel caso di ulteriori rallentamenti o frenate, ancor più se per motivi di giochi politici, intraprenderemo tutte le iniziative necessarie, fino alla decisione del non voto alle prossime elezioni politiche.

Luchino Chessa, associazione 10 aprile, familiari vittime del Moby Prince
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0 # Redazione 2015-09-22 09:18
Riceviamo e pubblichiamo il comunicato stampa dell'Associazio ne 10 Aprile, familiari vittime Moby Prince.

COMMISSIONE PARLAMENTARE DI INCHIESTA SULLA STRAGE DEL MOBY PRINCE: ADESSO SI COMINCIA DAVVERO!

Dopo la storica approvazione all’unanimità del 22 luglio scorso, la Commissione d’inchiesta deve strutturarsi per cominciare a lavorare. Il compito non è certamente facile, anche perché sono passati quasi 25 anni di coperture, omissioni e manomissioni. Ma in ogni caso, piaccia o non piaccia, la commissione c’è ed è la prima volta che la politica fa qualcosa di concreto. Adesso si comincia davvero ed il primo passo è trovare un presidente di commissione con i requisiti. Il presidente di commissione e’ colui che indirizza la commissione e la fa lavorare. Dal presidente dipende la la forze propulsiva che una commissione investigativa, e per cui i suoi membri, riesce ad avere per fare il suo lavoro. Per tali motivi come familiari delle vittime auspichiamo che il Presidente del Senato Piero Grasso, che sappiamo essere particolarmente sensibile alla vicenda del Moby Prince, possa contribuire a scegliere una personalità di alto profilo morale e di specifica competenza in materia di giustizia. I tempi non sono i migliori, altri problemi affliggono il Senato, il Governo, il Paese in generale, ma noi familiari delle vittime abbiamo bisogno che la Commissione inizi il suo lavoro. Dare giustizia agli innocenti, morti nella certezza di essere salvati, morti bruciati dopo ore di vana attesa di soccorso, diventa un sacrosanto diritto in un paese democratico. Non esiste democrazia senza verità e giustizia.

18 settembre 2015.
Luchino Chessa, associazione 10 Aprile, familiari vittime Moby Prince
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