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I sardi e i classici sardi PDF Stampa E-mail
Editoriali - Daniele Madau
Giovedì 31 Dicembre 2015 10:32

Dei classici si sono date tante definizioni, tra le quali scelgo: “di un classico non si dice mai che si sta leggendo, ma che si sta rileggendo” (Calvino?). Dei classici sardi, però, quale definizione dare, oltre quella, universale, di Calvino? Proverò a rispondere, nel corso di quest’articolo.

Di Daniele Madau

Dalla fine dell’ottocento, quindi da quasi, ormai, centocinquant’anni, la Sardegna è prato di classici.
Deledda, Lussu, Masala, Cambosu, Dessì, Satta, Ledda, ma anche Atzeni, tra gli altri: davvero non dobbiamo fingere e attribuire grandezza letteraria all’Arborea, come nei celebri falsi, per poterci immergere in vicende potenti e minuscole, fantasiose ma non troppo o talmente reali da appartenerci.
Io credo, allora, che le feste in generale, ma soprattutto il periodo delle festività natalizie, sia il più bello per leggere (o rileggere?) i nostri classici: il silenzio, colorato dal camino, dopo le risate dei nostri cari, abbracci e culla per l’anima, fa scendere più in profondità le parole ed è più facile viversi nel tempo passato, nel racconto, nella vita, forse, più vera.
Così, ora, sto rileggendo “Il giorno del giudizio”, di Salvatore Satta; ben prima, chiarisco, del dibattito – davvero benvenuto!- sulla proposta di intitolare la via di Nuoro al centro della vicenda del romanzo col romanzo stesso.

 

E’ bello che si discuta, con amore per la materia e toni adeguati, di questa proposta: a mio parere, però, che mi schiero con chi appoggia l’idea, si dovrebbe passare subito all’azione e non lasciare che l’intrinseca volatilità della parole, alla fine, sconfigga la concretezza dell’azione. Altrove, dopo una minima discussione, si è passato ai fatti.
Come definire, allora, cosa racconta questo caso editoriale del novecento, quali emozioni suscita?
Abbiamo la voce del narratore onnisciente che da lontano, nel tempo e nello spazio – anche se, in alcuni momenti, racconta di se stesso che percorre gli spazi di Nuoro- fa sbucare, come apparizioni soprannaturali, storie di vita passata del capoluogo barbaricino. Vita passata di un tempo che, per noi, è la Sardegna.
È la Sardegna perché quella di un indeterminato passato, tra ‘700 e il secondo dopoguerra, è per noi, ancora, la vera Sardegna. La nostra terra non ha ancora futuro, meno che mai presente, terra di sogni e speranze, ma solo passato.
È la Sardegna perché i nostri stessi classici l’hanno eternata in quel passato, come destino di gloria e tragedia.
È la Sardegna perché in quel tempo si sono cristallizzati, retaggio del passato, stati d’animo e sentimenti che ci portiamo dietro, incerti se spogliarcene o lustrarli come un gioiello.
Accompagnano quelle apparizioni, sentenze che non ammettono repliche; non proverbiali – perché i proverbi sono dolci – ma dure come pietre. Sentenze nate da quelle storie, che vengono raccontate per togliere ai morti “il peso di aver vissuto”, in un giorno del giudizio artistico, forse, più doloroso di quello che verrà.
Nuoro non diventa centro del mondo, come negli altri classici, ma solo centro della Sardegna.
Satta è però solo l’ultimo tra gli autori che ho ripreso un anno fa, per specchiarmi nel cuore della nostra terra.
Di Grazia Deledda amo soprattutto “Elias Portolu” e “Colombi e sparvieri”: mentre Satta ha come baricentro la morte, lei ha la vita. Forse inconsciamente. Non che la morte non sia presente, ma i colori, gli estremi e disperati tentativi di ribellione al destino, le urla dell’anima, sono vita allo stato puro, e perciò magnifica.
Vita che ha animato Gavino Ledda. Lui è una pietra rara: ha raccontato il trapasso dall’atavico arcaismo con speranza, quella di chi si è alzato dalla mediocrità grazie alle arti, in una sorta di rigenerazione culturale che rimanda all’azione civilizzatrice di Prometeo o delle Grazie. È una biografia imperdibile, a tratti commovente, paradigmatica.
Di Dessì ho apprezzato il lento fluire del racconto, senza sussurri d’anima: il suo Angelo Uras, di Paese d’ombre, avrebbe ben potuto intitolare una via a un romanzo sardo…
Di Masala il crudo cuore con cui tratteggia i disperati, che, come in una Spoon River di Arasolè, rivivono, Quelli dalle labbra bianche, la seconda guerra mondiale.
Nessun riscatto per loro, solo vicinanza, e non è poco.
La guerra di Lussu è più borghese, ma il suo tratto è magnifico; la seconda guerra mondiale ha imbruttito gli uomini – e lo so che sembra una bestemmia questo verbo, così leggero, per quella tragedia -: ma dall’altopiano di Asiago sono giunti per me echi di commozione, dalla neve di Russia rabbia e sgomento.
Di Atzeni (Passavamo…) ho apprezzato, in un’ottica di critica letteraria, la novità di linguaggio e la audacia, anch’essa nuova, di presentarci un’epica sarda: ma la verità, forse, superò la finzione letteraria…
Cambosu è ancora sul comodino, in attesa di essere finito.
Quale definizione dare dei classici sardi, allora?
Potrei rispondere come la  Szymborska, per la definizione di poesia: “Non la so, e mi appoggio a questo come a un corrimano”; ma ho scritto un articolo lungo, e vorrei provare a chiuderlo.
Sono quelli che hanno creato quella scenografia in cui morte e vita si contendono, più che negli altri classici, il primato.
Sono quelli che, come anticipato, nel bene e nel male, hanno dipinto l’immagine che abbiamo noi della Sardegna: e, per questo, non li amiamo troppo.
Se avessero creato quella che hanno gli altri, potremmo non curarcene, ma è la nostra, e la vicenda si complica, e anche intitolare una via diventa un problema.
Quando saremo maturi, e la Sardegna sarà terra di futuro e presente, li ameremo senza condizioni.

 

 

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