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Editoriali - Daniele Madau
Venerdì 03 Giugno 2016 19:00

Quanto sta emergendo dalla Commissione d'inchiesta parlamentare sulla tragedia del Moby Prince, corrisponde al buon senso e, soprattutto, a quanto ipotizzato subito dopo l'incidente.

Di Daniele Madau

Ciò che sta emergendo dall'inchiesta della commissione parlamentare sulla tragedia del Moby Prince, corrisponde a quanto facevano presumere le dinamiche del disastro come apparivano agli occhi di chiunque, tranne di chi, purtroppo, è stato chiamato a emettere le sentenze. Non si sta inveendo contro i giudici, non è nello stile di Tramas, ma si sta parlando di quello che è stato, ed è ancora, il Segreto di Stato.

Il Segreto di Stato, se mai avesse una ragione d'esistere, sarebbe per la difesa dei cittadini, non per chi, già colpito da tragedia, deve portare anche sulle spalle il peso di un'oscurità che, tramite il paradossale segreto di uno Stato che, a volte, è parso diventare omertoso, assume le caratteristiche del depistaggio. Sta emergendo, dunque, in seguito alle parole e ai documenti dell'allora ministro dell'interno Scotti, come sia ormai quasi accertata la presenza all'interno della stiva del Moby Prince di esplosivo, di natura e destinazione ignota, comunque deflagrato.

Questa deflagrazione disegnerebbe un contesto di destabilizzazione in cui avrebbe avuto luogo l'impatto con la petroliera; questa presenza, però, non è ancora collegata, in assenza di altri elementi illuminanti, agli eventi anomali, come i mancati soccorsi, che sono succeduti successivamente allo scontro con l’Agip Abruzzo.

Con Luchino Chessa, figlio del comandante del Moby Prince, possiamo focalizzarci, e commentare, i risultati, per ora positivi e insperati, della commissione parlamentare.

“Avevamo, subito dopo la tragedia, agli inizi degli anni ’90, ipotizzato la presenza dell’esplosivo. Ora è emerso questo elemento, che per noi non è certo una novità. Così sembra che tutto torni; ora la commissione, con le audizioni, a esempio dell’ex comandante dei Vigili del Fuoco Ceccherini e dell’’ex comandante della Capitaneria di porto Sergio Albanese, si sta concentrando sull’incomprensibile ritardo dei soccorsi, sulla parte, cioè, più tragica della stessa tragedia, che ha portato alla morte tanto feroce dei passeggeri e dell’equipaggio.”

Le audizioni sono state, bisogna dirlo, contraddistinte da alcuni momenti quasi imbarazzanti, in cui non si sono potuti chiarire gli elementi più importanti sui ritardi dei soccorsi.

Con Luchino Chessa, però, possiamo gioire sull’operato della commissione: “Non avevo tanta fiducia sulle commissioni, ma devo dire che si stanno raggiungendo risultati importantissimi, e per questo ho ringraziato più volte il presidente Lai”.

Ma con Luchino, tuttavia, non possiamo non chiederci cosa sarebbe successo se gli elementi nuovi fossero emersi prima delle sentenze e delle verità giudiziarie: la Verità avrebbe forse vinto prima anche se, ormai, è solo questione di tempo.

Perché la verità, misteriosamente, è sempre più forte, ma solo a una condizione: che ci siano uomini a lottare per essa e, così, per i cittadini, la civiltà, la giustizia. Ciò che rende tale una vita vera. Per questo ‘siamo tutti 141’ (il numero delle vittime), per essere tutti cittadini.

 

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