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Narrare la Sardegna ai sardi: dialogo con Bachisio Bandinu (parte prima) PDF Stampa E-mail
Editoriali - Daniele Madau
Martedì 28 Giugno 2016 14:17

In occasione dell’uscita dell’ultimo libro “Noi non sapevamo” (Il Maestrale), il cui titolo rimanda all’ignoranza, alla non capacità di previsione o costruzione del nostro futuro di sardi, abbiamo incontrato Bachisio Bandinu. Pubblichiamo la prima parte del dialogo di due ore che ci siamo concessi e che potremmo definire come un atto d’amore alla Sardegna.

Di Daniele Madau

A novembre scorso, in occasione del conferimento del premio “Per amore di una città”, il sindaco di Nuoro AndreaSoddu ha parlato della “figura dominante di Bachisio Bandinu nella cultura sarda”. Affermazione innegabile; la figura è intessuta di studi, azione, narrazione, amore:di una terra ricca di passato e di detriti del passato che ancora non sono eredità di un futuro di speranza, né, spesso, di un presente di vita autentica.
Come nelle varie descrizioni classiche sui flagelli della peste (possiamo riferirci a Boccaccio per Firenze o Manzoni per Milano) assistiamo con senso d’impotenza allo spopolamento della Sardegna, alla depauperazione delle sue risorse umane, alla perdita di lavoro; in attesa di una pioggia liberatrice che individuiamo ancora nel turismo o nell’intuizione di una nuova economia che per ora non possiede tutte le risposte.
Vediamo, così, quotidianamente, quanti giovani si sentono figli di una generazione che ha come orizzonte il mondo, quale promessa di vera realizzazione. La costruzione del futuro ancora ci sfugge, ma anche il solo parlare di Sardegna, ancora una volta, ci riporta sulla via della consapevolezza.

 

L’ultimo libro tratta insieme tematiche davvero complesse e cruciali (come la lingua, le servitù militari, l’idea di turismo) che, anche singolarmente, sarebbe arduo trattare. Accomunarle, però, significa trovare un filo conduttore: potrebbe essere quello dell’ignoranza?
Tutto il libro gioca sul binomio di opposti conoscenza – ignoranza. Quando, negli anni cinquanta del secolo scorso, per il rilancio dell’economia sarda dovevamo scegliere tra l’industrializzazione e la valorizzazione del comparto agro-pastorale, all’inizio la scelta era ricaduta su questa seconda opzione. Per pressioni arrivate da Roma, tuttavia, si optò alla fine per l’industrializzazione. Ora noi non possiamo dire se, con più cognizione di causa, la scelta sarebbe potuta essere anche vincente: quello che sappiamo è che non abbiamo riflettuto sugli effetti che questa industrializzazione avrebbe potuto avere. Qui parliamo di mancata conoscenza delle ricadute, in vari ambiti: pensiamo solo all’inquinamento e quanto costerà sanare certi territori; per alcuni, anzi, sappiamo che non li si potrà mai risanare completamente, come nel caso di Porto Torres.

Come provocazione, propongo questa riflessione: questa non-conoscenza potrebbe derivare dal fatto che non esiste un’identità sarda come riflessione su di sé, sul proprio futuro e sul proprio bene? Accettando questo, potremmo pensare che Roma si sia comportata in Sardegna come in altre zone d’Italia (Napoli con Bagnoli, Taranto, la Sicilia), trovando via libera per la mancanza di un popolo non autoconsapevole.
Concordo sul fatto chenon esiste un’identità sarda che si traduce nel fare, nell’azione. Non possiamo paragonarci a quanto è presente a esempio, in termini di capacità d’impresa, nel nord-est italiano: ricordo che il Veneto, negli anni ’50, era una zona depressa, simile alla nostra anche per la presenza della malaria. Quello che è successo dopo, come sviluppo industriale, fu eccezionale, tanto che divenne oggetto di studio e imitazione da parte di vari paese europei. Noi in questo non esistiamo mentre, tenendo presente il rischio che le generalizzazioni comportano, possiamo parlare di una struttura propria dei sardi nel loro modo di pensare che si manifesta in alcune caratteristiche della nostra lingua.Come nel caso dell'antifrasi - dell'affermare negando o del negare affermando -, onnipresente nella parlata dei sardi, che si può spiegare attraversoi meccanismi della diffidenza;o anche della pronunciata tendenza a privilegiare i modi verbali del condizionale e il congiuntivo, che sono per definizione i modi dell'ipoteticità, del dubbio. Per esempio, un sardo non direbbe custu est unuliberuma custudiat essere unuliberu(cioè, non dice mai "questo è un libro", ma sempre "questo dovrebbe essere un libro"): questa modalità dimostra una distanza dal reale, reale che ci è stato tolto in quanto non ne siamo stati attori principali, e che è visto solo attraverso la possibilità e l’ipoteticità. Aggiungiamo a questo, per completare il quadro, la tendenza a non rompere mai un equilibrio comunitario atavico, con la conseguente ritrosia, se non aperta avversione, di chi provava a eccellere e l’ulteriore conseguenza del privilegiare il livellamento verso il basso della società di appartenenza.

In un suo libro precedente (“Lettera a un giovane sardo”), parla di identità come “spirito critico”; per me questa definizione è molto bella, tuttavia, forse, la percezione che i giovani hanno dell’identità non è questa, non trova?
Ho presentato quel libro in varie scuole e, ogni volta che parlavo di appartenenza, mi sentivo rispondere dagli studenti che loro si sentivano cittadini del mondo. Approfondendo il concetto, che mi affascinava, tuttavia percepivo come il loro essere cittadini del mondo non si riferiva al riconoscersi simili nella capacità intellettive o negli ambiti culturali, cosa che mi sarei aspettato da studenti anche prossimi alla maturità, ma in quanto consumatori di un prodotto commerciale che in tutto il mondo veniva usato. Ho in mente principalmente un ragazzo del Sulcis, territorio, come sappiamo, tra i più poveri: ora io provavo a ragionare con lui sul contesto nel quale viveva, particolarmente problematico, e perciò bisognoso di tutta la sua conoscenza, ma non c’era punto d’incontro. Del resto, la realtà dei giovani è questa: l’oggetto, ormai simbolo, commerciale è diventato un bisogno primario, sia che si parli di scarpe da tennis, come in quel caso, sia che si parli di altri: non importava l’oggetto in sé, ma che fosse un oggetto condiviso con i suoi coetanei.

Appoggiando, nelle ultime elezioni regionali, Michela Murgia, aveva affermato come la Sardegna avesse bisogno di “narrazione”: a me sembra, invece, e le chiedo, se non ci sia un eccesso di narrazione dei più svariati tipi (nei giornali, nei romanzi, nella televisione) che ha come oggetto la Sardegna e,generalizzando, ben poca azione, soprattutto da parte di chi è delegato a questa azione, principalmente la classe politica.
Intendevo narrazione da parte nostra del nostro essere. Pensiamo alla scuola dove sono totalmente ignorate la lingua, la storia, la cultura, la geografia della Sardegna. Si dovrebbe sempre partire dal locale per poi allargare l’orizzonte. Noi, al contrario, abbiamo sempre studiato storia altra.

Un commento sull’omicidio di Gianluca Monni, dove vittima e carnefice sono stai ragazzi di 17 anni.
E’ stato qualcosa di nuovo, di impensabile. C’è chi afferma come questo episodio sia figlio ancora di vecchi codici, io, però, ritengo sia un’assoluta novità, da spiegare in termini di detriti di vecchi codici che a contatto con la modernità assumono queste proporzioni. Nel codice barbaricino, quello di Pigliaru intendiamo, la vendetta – che doveva esserci e doveva essere pubblica – era commisurata all’offesa e serviva a mantenere l’equilibrio della comunità. Se venivano sgarrettati dei cavalli, la vendetta, magari, si configurava come furto di bestiame: in questo caso la comunità approvava, perché chi aveva dato inizio alla catena di eventi doveva essere punito, e tutto, quando non si sconfinava nella disamistade, era chiuso.
Dagli anni ‘90 in poi si è passati al killeraggio, con eventi assolutamente sproporzionati - come un omicidio plurimo di fratelli a Bitti – con i quali addirittura si sterminava una famiglia. In questo nuovo caso di Orune i motivi scatenanti la vendetta erano di una futilità risibile e la vendetta stessa è stata sproporzionata, inconcepibile.
C’è poi un ulteriore fatto al quale ho pensato: sarebbe stato impossibile, in passato, che un ragazzo di Nule andasse, la mattina, a Orune, luogo per eccellenza dibalentia, eimpunemente facesse quello che ha fatto, con una spudoratezza mai vista.
Non credo sia tanto comprensibile questo per chi non conosce quei luoghi; ma io, che sono di Bitti, paese vicino a Nule e Orune, mi rendo conto anche di questa forte novità.

(fine prima parte)

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