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Narrare la Sardegna ai sardi: dialogo con Bachisio Bandinu (parte seconda) PDF Stampa E-mail
Editoriali - Daniele Madau
Martedì 05 Luglio 2016 09:23

In occasione dell’uscita dell’ultimo libro “Noi non sapevamo” (Il Maestrale), il cui titolo rimanda all’ignoranza, alla non capacità di previsione o costruzione del nostro futuro di sardi, abbiamo incontrato Bachisio Bandinu. Pubblichiamo la seconda parte del dialogo di due ore che ci siamo concessi e che potremmo definire come un atto d’amore alla Sardegna.
Di Daniele Madau

Tornando all’ultimo libro, la scuola ha il ruolo di sola istituzione che possa portare i sardi al “sapere” (sempre in riferimento al titolo); le scuole, però, nei piccoli centri chiudono per mancanza di studenti: la Sardegna è ostile per i giovani. Oltre al dramma dello spopolamento, c’è anche il rischio di un patrimonio di saperiche si disperderà?

Questo è davvero un dramma. Non si è saputo rendere moderno e appetibile il mestiere di pastore, non si è saputo creare neanche un percorso di studi.

Certo, esiste qualche ragazzo, anche immigrato, pastore ma ormai è un modo di esserlo completamente diverso dal passato.

Prima, a 13-14 anni, si partiva all’ovile, con il padre, e la vita all’ovile diventava scuola per diventare uomo: uomo inteso nel significato che troviamo nel sardo, homine, che sottintende tutta una serie di valori. Non si ritrova in altre lingue, se non, ma non completamente, nel latino vir. Così come non esiste in nessun altra delle culture pastorali che ho studiato questa formazione del giovane pastore verso il diventare uomo.

Nel mio paese, Bitti, di un grande numero di laureati in medicina solo quattro sono rimasti in bidda, e lo stesso può dirsi dei veterinari e dei laureati in lettere. La destinazione può essere il grosso centro vicino, le città, Cagliari o Sassari, o, altrimenti, la classica destinazione di Londra. D’altra parte cosa si potrebbe rimproverare a uno di questi nel momento in cui voglia andar via? E così si perdono proprio coloro che dimostrano più iniziativa, perché già il volere provare un’esperienza fuori dall’isola dimostra senso d’iniziativa.

Chi raccoglierà l’eredità di pensatori e attori consapevoli come Bandinu, Cherchi, Masala? C’è, nell’élite intellettuale, quella tensione che porta a combattere?

Anche la questione dell’élite intellettuale è drammatica. Abbiamo gli accademici che assumono una posizione contraria, a esempio, all’uso della lingua sarda. Ricordo un fatto emblematico: quando Placido Cherchi, che io considero uno dei più grandi intellettuali sardi degli ultimi decenni, partecipò al concorso per ordinario di Antropologia all’Università di Cagliari, venne respinto. Ma come si può respingere Placido Cherchi, che, sicuramente, possedeva la materia meglio della commissione giudicatrice? Commissione giudicatrice sarda che giudicava un sardo! Lo stesso possiamo dire di Michelangelo Pira: certo, alla fine fu inquadrato nell’università, ma non fu pienamente capito, mentre “La rivoluzione dell’oggetto”, suo capolavoro, fu compreso altrove.

Le giustificazioni riguardavano il presunto mancato approccio scientifico, quello metodologicamente corretto: questo concetto di “scientifico” solo perché rivendicato dai cattedratici, a me non interessa. A me interessa far emergere un argomento, sviscerarlo e trovare soluzioni, anche se provvisorie. Ora un discorso di Placido sulla Sardegna è il massimo della scientificità, perché scopre la realtà effettuale delle cose e ne considera i vari intrecci e rapporti causa-effetto. Lo studiolo universitario, presuntuoso, magari è scientifico ma non corrisponde ai bisogni reali. C’è il rischio, quindi, che il cattedratico diventi impiegato, col buono stipendio e una buona carriera; ma cosa dai tu accademico alla Sardegna? Come pensiero, affetto, amore? Non entri in relazione con la società sarda e ti chiudi nel tuo palazzo e nella tua gratificazione. Pensiamo agli studiosi di economia, dov’erano in questo periodo drammatico per la Sardegna?

Nel libro “Pro s’indipendentzia”, criticato aspramente, mi sembra di ricordare, dal sito del Partito dei Sardi “Sardegna e Libertà”, si presentava una differenza tra “separatismo” e “indipendentismo”. Possiamo chiarire questo concetto e la sua posizione?

Il problema è che io mi rivolgevo ai non-indipendentisti per chiedere se fossimo tutti d’accordo sulla non – dipendenza. Poi, accertata questa, ognuno, chiaramente, mantiene le sue posizioni, le più diverse. Ebbene, la risposta che ho avuto fu proprio quella, del tenore descritto, degli indipendentisti: per motivi diversi però, con attacchi personali, per polemiche precedenti.

Che differenza c’è tra separatismo e indipendentismo, negli effetti reali?
Nessuna. Eppure la differenza c’è ed è fondamentale. Il separatista è come preso da una furia di separazione, di odio, di rifiuto dell’altro: mosso da un sentimento negativo, di esclusione. L’autodeterminazione, invece, significa, con un'altra logica antropologica e spirituale, che nessuno sottomette l’altro, si riconoscono gli stessi valori, gli stessi diritti e si entra in comunicazione. Io non credo nelle forme reattive, come il separatismo, perché mi impoveriscono spiritualmente. Io sono figlio di Dante, fino a Montale ma voglio anche studiare Deledda, Satta, il Montanaru: non vedo differenza. Ci si deve proporre positivamente e non con spirito di rivendicazione e paragonarsi all’altro, con giusto orgoglio, in forma comunicante. Come dipendenza cito il caso folle del voler impiantare monocolture di cardo nel nord Sardegna e di canne nel sud Sardegna, per produrre energia di biomasse da esportare: questa è dipendenza.
L’indipendenza o la non dipendenza è invece l’orgoglio di se stessi, in questo caso vera identità. In quella che è una catena del male, quella delle biomasse, tutti sono d’accordo, dai politici ai sindacalisti. E’ una cosa inconcepibile.

Parliamo ora di Cagliari: è il capoluogo della Sardegna, ma è l’anima della Sardegna, riesce a coglierne e a rappresentarne l’essenza? Per mela risposta è ancora negativa.

Condivido pienamente. Cagliari, nonostante da qualche tempo racchiuda tutte le varie provenienze e si presenti come grande bacino di utenza, non sente l’essere città capoluogo. Anzi come città metropolitana si prenderà tutte le risorse: che sarà di Nuoro, Oristano, Alghero, Bitti? D’altronde anche Zedda ha detto chiaramente di essere il sindaco di Cagliari non di tutta la Sardegna. E i politici come si comportano? Non ci sarà investimento sull’interno, tutto l’interno, dal Meilogu alla Gallura al Monteacuto a tutte le altre zone. Prevedo un impoverimento generale, a vantaggio di un maggiore accentramento per Cagliari e, in secondo luogo, Sassari.

Ora partiamo, invece, dalla Sicilia, che nei giorni scorsi è stata funestata da incendi di matrice umana dolosa. Fenomeno che la Sardegna conosce bene. Cosa spinge l’uomo contro la propria terra?

E’ molto difficile trovare una risposta, perché le cause sono le più disparate. Ci sono stati tanti interventi e convegni e la soluzione a cui si è arrivati è stata che spesso si tratta di atteggiamenti maniaci, in odio a se stessi, di motivazioni quasi psicologiche, di una strana goliardia. Io una volta ho parlato di fascino del fuoco, un fascino mitico che possiede l’uomo. Non c’è quindi una risposta univoca, come quella che presenterebbe gli incendi come danno da recare ad altre persone. Io credo che il fenomeno si possa solo controllare e non sconfiggere del tutto, nonostante i tentavi che da qualche tempo si stanno portando avanti.

L’ultima domanda riguarda la fede. La fede, come sentimento di valorizzazione del sé, dovrebbe sostenere le rivendicazioni di un popolo. Io non credo, però, che sia mai esistita, e tanto meno esista, una “teologia della liberazione” sarda, è d’accordo?

In questo caso c’è una forte responsabilità del clero e della diocesi, che non crede tanto nei valori sardi. Gli Atti del Concilio Sardo dedicano solo una mezza paginetta, a esempio, alla lingua, pur riconoscendo i valori della cultura sarda. Però, poi, capita di pensare, come l’arcivescovo Mani, che la fede sarda fosse “arretrata”. Ma come? Anche la fede, rapporto con Dio, deve entrare in una logica modernizzante? Ma proprio la modernità, tu clero, la devi sottoporre a giudizio e non puoi giudicare il modo di vivere la fede sardo sorpassato. Come comunicano, inoltre, le diocesi tra di loro? C’è il concetto di Chiesa sarda?

Il sardo, come lingua, poi, è considerato inferiore: adatto alla parte della messa dedicata alla lettura della parola ma non alla consacrazione; ora, proviamo a vedere insieme la formula: Questo è il mio corpo, Hoc est corpus meum, Custu est su corpus meus. Dov’è la caduta di stile? Senza considerare la pregnanza della parola proclamata che vissuta da un sardofono ha un immenso campo semantico spirituale. Se tu Dio non lo fai parlare in sardo, glielo impedisci, gli poni una barriera.

Quando mi veniva detto che la Chiesa “ci va coi piedi di piombo”, io rispondevo come Cristo non fosse andato coi piedi di piombo in quelle terre di Palestina. Io sono disposto a sperimentare: ho proposto, oltre le trecento messe regolari, una messa in sardo, aperta a chi voglia partecipare. La traduzione esiste già, di alto livello, curata da insigni biblisti, ma non se n’è fatto niente. E’ una cosa inconcepibile.

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Narrare la Sardegna ai sardi: dialogo con Bachisio Bandinu (prima parte)

 


 

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