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La Traviata, compagna dell’estate cagliaritana PDF Stampa E-mail
Editoriali - Daniele Madau
Venerdì 15 Luglio 2016 09:57

Per arrivare al Teatro Lirico, attraverso il Parco della Musica, bello – con un po’ di cura in più si potrebbe dire bellissimo – moderno, vissuto, soprattutto multietnico. Arrivato trovo bus che portano gente da tutta l’isola, per un’opera - l’opera, forse, per eccellenza – che resterà in cartellone fino al tredici agosto.

Di Daniele Madau

L’introduzione descrive una situazione che può far sì che ci si ponga una domanda: la musica sta cambiando Cagliari? Possiamo rispondere di sì, pensando a una Traviata che si è messa in mostra persino al Lido e che, fatto nuovo e lungimirante – anche se parzialmente anticipato due anni fa dalla Turandot di Sciola - , accompagnerà tutta l’estate cagliaritana.

La Città, nella città, della Musica, poi (dal conservatorio al teatro), è ormai centro attrattivo, nella sua modernità, di Cagliari e deve diventarlo sempre più.

Le tante repliche dell’opera di Verdi porteranno, grazie a una particolare offerta, anche i turisti al teatro; quella di ieri è stata seguita solo da sardi, tanti, che hanno applaudito, anche se non con un’ovazione, l’allestimento dei coniugi Hermann e l’orchestra.

Forse condividevano con me la sensazione della rigidezza di Alfredo(Emanuele D'Aguanno)e la timidezza dell’orchestra diretta dal direttore sudafricanoKorsten.

Com’è naturale, a prendersi tutta la scena – e gli applausi, questi sì forti- è Violetta (Lana Kos, una delle tre attrici che si alterneranno per tutte le repliche).

La sua è stata una presenza forte, impersonificando appieno e in maniera moderna – al contrario della tendenza alla recitazione “straniata” (come nel teatro greco-romano) degli altri interpreti – la regina delle tante eroine del teatro.

Guardando lei ho pensato, a esempio, alla Esmeralda di Notre Dame de Paris e così, per associazione di idee, alla donna, al dibattito attuale, al femminicidio.

Ebbene, se un classico è un’opera che parla in ogni tempo, perché non correre il rischio di presentare ancora, e di preferire, un allestimento più attuale, o meglio, attualizzante?

Questo, curato trent’anni fa dai coniugi Hermann, sembra distaccato anche se realista e, in fin dei conti, non partecipe e funzionale al dramma.

Scrivo con la sicurezza di non peccare di hybris o lesa maestà. La nostra temperie culturale, col suo sottofondo di invito a godere, sembra rapportarsi al meglio con quella della seconda metà dell’ottocento.

A Cagliari, nella stagione del 2011, fu presentato un allestimento, proveniente dal Teatro Comunale di Bologna che si avvalse, per la regia, di Alfonso Antoniozzi, e che ha trasportato il capolavoro verdiano negli anni Sessanta “della raffinata Parigi razionalista del Novecento, con precisi riferimenti all’arte ed al genio di Le Corbusier ed alla cinematografia d’autore, come Federico Fellini e Stanley Kubrick (cito dal comunicato stampa di allora)”: allora divise il pubblico.Esiste, poi, quello della Fondazione Teatro Goldoni di Livorno, che, quest’anno, ha ottenuto un buon successo di pubblico e critica. L’innovazione nella tradizione, nel classico, non può che aiutare un’opera immortale a restare giovane nella sua immortalità e a non invecchiare come Titone, amato da Eos, l’aurora, che ottenne per lui l’immortalità ma non l’eterna giovinezza.

 

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