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Addio a Gabriele Pescatore, grande amico della Sardegna PDF Stampa E-mail
Editoriali - Altri autori
Lunedì 18 Luglio 2016 07:40

La scomparsa nei giorni scorsi, quasi centenario, di Gabriele Pescatore – “mitico” presidente della Cassa per il Mezzogiorno per oltre vent’anni (1955-1976) – è passata in Sardegna, stranamente, sotto un silenzio quasi “tombale”. Senza un ricordo, un qualcosa che ne ricordasse le sue benemerenze per l’isola.

 

Di Paolo Fadda*

Eppure era legato a questa terra da un grande amore, ricambiato – andrebbe ricordato – dai tanti amici sardi conquistati ed a lui riconoscenti per quelle amorevoli e costanti attenzioni ai problemi di una terra afflitta da secolari disattenzioni. La “sua” Cassa (volle chiamarla così perché fosse ben chiaro che avesse i soldi, oltre alle idee, per avviare il necessario sviluppo in un Meridione afflitto da secolari miserie) avrebbe unito l’Italia più e meglio di Cavour, come scrisse The Economist nel gennaio del 1975, “cucendo lo Stivale e avvicinandolo alle sue isole, con strade, acquedotti, scuole, porti, dighe, fabbriche…”.

Amava infatti ricordare spessissimo le immagini di un’isola ricca di una nobiltà d’animo e di sentimenti d’orgoglio patrio che sfidavano, e nascondevano, le povertà di tante vite travagliate e difficili. Aveva sempre davanti agli occhi una vecchia e cara maestra, Margherita Sanna di Ottana, che faceva scuola in una catapecchia con i muri corrosi, e quelle donne sarde vestite di nero che facevano tre o quattro chilometri a piedi per andare a raccogliere l’acqua sui greti dei fiumi, portando sulla testa delle brocche d’argilla…

Non aveva mai dimenticato l’abbraccio di un sindaco d’un piccolo centro del Barigadu, quando, inaugurato l’acquedotto del suo piccolo paese avvilito da una grande sete, l’acqua venne giù dalla fontanella! Così come s’era commosso per gli applausi dei bambinetti di prima elementare d’un paese gallurese, a cui i soldi della Cassa avevano “donato” una vera e bella scuola. Era quella la Sardegna più semplice e dimenticata che aveva acceso il suo amore, alimentato il suo impegno perché vi potesse giungere il balsamo del progresso civile. C’è di lui il ricordo personale, incancellabile, di un incontro alle Siete Fuentes di San Leonardo per un meeting gastronomico (si era nella primavera del 1970) organizzato dall’onorevole Giovannino Del Rio. Fu proprio post prandium che s’aprirono le conversazioni con “il professore” avellinese a dettare i temi, a tenere banco con le sue avvincenti argomentazioni.

Parlava soprattutto della Cassa, di quell’organismo che aveva voluto snello ed efficace con i suoi trecento ingegneri a fare progetti ed a costruire opere e con una burocrazia ridotta all’osso. Ricordava d’avere convinto la Banca mondiale a raddoppiare il prestito Marshall e le banche americane a finanziare il programma di opere pubbliche nel Mezzogiorno per centinaia di miliardi delle lire d’allora. Perché – aggiungeva – per dare avvio allo sviluppo dell’economia occorre creare delle precondizioni, ed esse sono legate strettamente alla crescita delle condizioni di vita e di conoscenze della gente che lo dovrà attuare. Così l’avere realizzato un centinaio di acquedotti, altrettante scuole ed aperto diverse migliaia di chilometri di strade è un qualcosa – precisava – che mi ha fatto capire di quanto grandi ed importanti fossero i bisogni di quest’isola.

La Sardegna, a suo dire, era per lui un tema perfetto. In questa terra, e nella sua gente, aveva trovato il materiale ideale per realizzare i suoi progetti, per attuare quella mission socio-politica che gli avevano affidato De Gasperi, Segni, Campilli e Vanoni. Alle domande rispondeva sicuro, deciso, dicendo con chiarezza quel che si poteva e quel che NON si poteva fare, senza le abituali circonlocuzioni del politichese. Ma ascoltò pazientemente le richieste e le argomentazioni di quanti a quell’incontro erano giunti con i loro cahiers de doléances, alternando nelle riposte rassicurazioni o dinieghi con eguale efficacia. Lo si deve ricordare come uno dei più illustri Civil Servant, servitori dello Stato e della sua gente. Un grande italiano. E qui in Sardegna come uno dei più attenti ed efficaci interpreti e realizzatori dei suoi bisogni e delle sue attese. Non meritava di essere dimenticato, a meriterebbe d’essere ricordato pubblicamente per quel che seppe fare per l’isola, in pochi anni, la sua Cassa dei poco più di trecento ingegneri (alla fine degli anni ’80, dopo 15 anni, i dipendenti s’erano moltiplicati per 100 e ne fu il principio d’una fine ingloriosa).

(* Economista e saggista, giĂ  dirigente del Banco di Sardegna, articolo pubblicato su sardiniapost.it)

 

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