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Mesina e la banalità del male PDF Stampa E-mail
Editoriali - Daniele Madau
Domenica 15 Gennaio 2017 22:34

Di Daniele Madau

Prima le infomazioni necessarie: "Dopo la recente condanna a 30 anni per associazione per delinquere inflittagli dal tribunale di Cagliari, Graziano Mesina subirà un altro processo davanti al giudice monocratico di Nuoro. L'ex primula rossa del banditismo sardo è accusata, in concorso con altri, di aver simulato il furto e il successivo incendio della sua Porsche Cayenne nel marzo del 2013, allo scopo di truffare un'assicurazione intascando i soldi del danno" (fonte "La Nuova Sardegna" del 9/01).

Poi la pietà verso un uomo, anziano, che subirà un ennesimo processo - prima del termine del quale è, chiaramente, innocente - dopo aver passato tanta parte della sua vita in situazioni al limite, in carcere, nelle aule dei tribunali, in fuga, a contatto con la morte, e poi con la resurrezione, dopo essere stato immerso in tutte le forme dell'illegalità e del male. Il male: proprio l'eterna verità della considerazione di Arendt, che dà il titolo all'articolo - considerazione capace, nella sua polisemia, di essere utilizzata anche al di fuori dell'ambito delle atrocità nazista che ne diede l'occasione - fa sì che sia quasi indispensabile scriverne e riportarla nell'ambito della nostra società.
La società sarda, infatti, come quelle arcaiche - basate sul senso dell'onore e, per altro verso, della vergogna (si chiamano infatti "civiltà di vergogna") - hanno avuto come valore preminente quello del gesto eroico: sia inteso come bellico, nel caso di Achille o Ettore, sia inteso come balentìa, e quindi più fine a se stesso, se non apertamente illegale, nel caso della realtà sarda.
E la realtà sarda tra gli anni 60 e 70 - cioè in quegli anni talmente complessi da essere ancora da noi non metabolizzati ma segnati, a voler semplificare, dal travaglio del trapasso di epoche - ha avuto il mito e la mitologia di Graziano Mesina. Mito come emblema del sardo ribelle, indomito, balente e, in fin dei conti, eroe che si eleva quasi innocente, nonostante gli omicidi a lui ascritti e passati in giudicato; mitologia come narrazione giornalistica e bibliografica che ha assecondato e protratto il mito, appunto, di una Sardegna vera, arcana, indomita, fuorilegge.

Se corro il rischio di generalizzare, esiste una via d'uscita: ognuno di noi, scrittore e lettore, potrebbe interrogarsi su cosa ha significato per sè e per il proprio essere sardo la figura di Mesina. Se la risposta è indifferenza o solo giudizio di illegalità senza sfumature, allora ho davvero generalizzato.

Con queste premesse, l'accostamento di tale figura simbolica agli ultimi reati di cui è accusato risulta davvero stridente: dalle evasioni spettacolari degli anni '60 e '70, dall'immagine, quasi sacra, del bandito feroce che porta una scintilla di umanità preziosa, valorizzata poi dal percorso di redenzione sfociato nella grazia di Ciampi, al furbetto che vuole truffare l'assicurazione, il divario sarebbe davvero tanto.

Eppure nessuno ne ha riflettuto, nessuno si è posto con atteggiamento di domanda antropologica o sociologica, tra giornalisti, studiosi, intellettuali e opinione pubblica; e questo, forse, è indicativo del mutato atteggiamento che la Sardegna ha con se stessa e con la riflessione su se stessa.

Del resto una distaccata indifferenza è la nemesi più grande per chi aveva contribuito a costruire il proprio personaggio, arrivando a sostenere, come ho letto- e non so se sperare che sia vero o falso - che la Porsche Cayenne, oggetto della truffa, gli fosse stata sì rubata , ma poi restituita con tanto di scuse una volta che i ladri si erano accorti del sacrolegio commesso.

Quanta banalità in tutto questo: il male che, in maniera proteiforme, si adegua ai tempi, e dal banditismo arcaizzante degli anni 60 passerebbe alle truffe dei furbetti del nuovo millennio; il male che, infido, inganna con una finta redenzione, raggiunge il suo scopo e poi cadrebbe per semplice, o meglio, banale ingordigia.

E poi, le ultime considerazioni: il silenzio davanti al mistero di ogni debolezza, di ogni colpa, soprattutto di un adulto con ferite profonde; e la nostra terra che, fortunatamente, non presta più tanta attenzione a questa figura, un tempo un mito. Che la Sardegna non abbia più bisogno di miti, e, per citare l'ennesima vota Brecht, soprattutto, di eroi.


 

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