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Emanuela: la gioia di vivere e il destino in via D’Amelio, nel ricordo di Claudia Loi PDF Stampa E-mail
Editoriali - Daniele Madau
Martedì 18 Luglio 2017 20:01

25 anni fa, la strage di via D’Amelio: un’altra coltellata al quel corpo straziato italiano, che ci ha portato via Paolo Borsellino, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina, Claudio Traina ed Emanuela Loi.  La nostra Emanuela. Scrivere di quei fatti non è semplice quanto è doveroso; si avverte il rischio di non aggiungere niente a tutto quanto è stato detto, studiato, ricostruito: eppure, per la giustizia italiana, ancora c’è bisogno di processi per giungere ad una verità, che non sia solo giudiziaria. Personalmente, poi, parlare di Emanuela è doloroso, coinvolgente: ricordo ancora, troppo, bene il giorno in cui sentii la notizia, e da quel momento in poi sono cresciuto col suo ricordo. Nel dialogo con la sorella Claudia, che ci ha accolti col marito Enrico in casa dei genitori, però, naturalmente creiamo un’intervista, un dialogo, in cui emerge soprattutto quella che era la sua gioia di vivere: e così, il parlarne, è meno doloroso.

Di Daniele Madau

Dopo Capaci, via D’Amelio: a ripensarci, 25 anni dopo, cosa proviamo? Dolore, smarrimento, incredulità, desiderio di unirsi, prendersi per mano e sconfiggere insieme, come Italia, quella “misteriosa e onnipotente mafia” – come la definì Paolo Borsellino – una volta per tutte, per poi festeggiare per le strade, coi canti e balli, come dopo la caduta del nazifascismo. Già, però, mentre il nazifascismo è davvero svanito, facendo sbocciare sulle sue ceneri la speranza, a 25 anni di distanza dalle stragi di mafia, non abbiamo ancora la sensazione che tutto sia passato: ci guardiamo ancora feriti, traballanti, come parti di una nazione ferita e traballante, che ancora protegge il mistero, che istituisce processi in cui lo Stato è accusatore e accusato, vittima e carnefice.
“Ma chi è lo Stato? Lo Stato siamo noi”; e su questo siamo d’accordo con Claudia e il marito Enrico. Lo Stato siamo noi, nonostante tutto: nonostante Borsellino sia morto con la sensazione che ad ucciderlo non sia stato solo la mafia, nonostante Emanuela facesse da scorta a obiettivi sensibilissimi – ma sì, diciamolo pure brutalmente, con le parole di Borsellino stesso – a morti che camminano – senza aver potuto svolgere il periodo di addestramento.
Quel periodo di addestramento avrebbe dovuto svolgerlo in Sardegna, ed è per questo che Emanuela, nella sua voglia di Sardegna e di casa, lo scelse: ma non ne ebbe il tempo.

Tutte le domande che porgo a Claudia riguardano la vita e il carattere della sorella, così che si delineano i tratti di un destino cieco e testardo che l’ha portata, come una eroina martire, a via D’Amelio con la forza.
Nel salone della loro casa d’infanzia, abbellito dalle foto di Emanuela, Claudia ripercorre quegli anni pur sempre giovanili e perciò spensierati. Non è semplice per nessuno incominciare a parlare, ma dopo qualche minuto riusciamo a concentrarci soprattutto su quella giovinezza e quella gioia, quella voglia di ridere che Claudia ancora conserva. Dopo la maturità, lei sarebbe voluta entrare in Polizia ed Emanuela diventare maestra. Fecero assieme i concorsi e i viaggi, assaporando la bellezza della forza fraterna –indistruttibile - e dello stare insieme. A Roma capita, però, che il destino scelga Emanuela in Polizia e che questo lavoro le piaccia, tanto da non farle cambiare idea neanche dopo la notizia di aver conseguito l’abilitazione all’insegnamento elementare. Cosa può esserci di più distante: la dolce tranquillità di una classe colorata di bambini e le vie di Palermo insozzate e insanguinate dai mafiosi.

Eppure ora la vita di Emanuela, a scuola, è conosciuta da tantissimi studenti che Claudia incontra spesso: sempre interessati - fin quasi all’impertinenza in certe domande – e perciò consapevoli.
Quando le diedero come destinazione Palermo, disse Emanuela: «Ma dove c’è la mafia?», non con cognizione, però, quasi con ingenuità e una perplessità sorridente, come a parlare di qualcosa di lontano.
Non ebbe paura e non si voltò indietro, in una città dalla quale invece Claudia, come confessa, sarebbe fuggita: ma la sorella era coraggiosa, e il coraggio è ciò che mi indica come aspetto del carattere che ricorda di più.

I giorni immediatamente prima dell’attentato Emanuela era a Sestu e non stava bene ma si preparava a ripartire. La madre avrebbe voluto che restasse ancora un po’, che si riprendesse ma, con naturalezza, lei rispose che anche gli altri avevano diritto ad andare in ferie e ripartì.
Chiamava a casa con regolarità, saltando solo raramente qualche giorno: rassicurava tutti, pur non potendo esporsi, e scherzava con Claudia.
Il sabato 18 non chiamò, e a casa non si preoccuparono. Domenica 19 però tardava e i genitori erano un po’ in ansia. Emanuela era a disposizione in caserma e quel giorno c’era bisogno di un agente nella scorta di Paolo Borsellino. Del seguito, poi, sappiamo tutto: il destino si è compiuto.

Non ho voluto chiedere nulla del padre e della madre: sappiamo che sono morti di dolore e ho scelto un silenzio di rispetto e vicinanza.
Non abbiamo parlato neanche dei mafiosi, dei processi, dei misteri: non mi interessavano in quel momento e, del resto, Claudia mi rivela che lei non ci vuole pensare a quelle cose. Si è sempre sentita accompagnata dallo Stato, da quella parte di esso che la circonda di attenzioni e non si dimentica mai di Emanuela.
Anche il fratello Marcello ora è sereno: è diventato poliziotto dopo sette anni di disoccupazione e dopo aver perso la sorella, i genitori, la moglie e un figlio.
Eppure anche parlando della sua vita e dei suoi dolori, sorridiamo pensando che ha un’altra figlia, di nome Emanuela e nata nel ’92.

Ci chiediamo come mai Emanuela non solo sia ancora, naturalmente, amata ma lo sia sempre di più: sicuramente per quel suo essere la prima e unica donna, ragazza, morta nell’adempimento del suo dovere da poliziotta. Come una beffa per quei mafiosi così patriarcali, così falsamente e vilmente virili. In questo periodo così duro per i diritti delle donne, la sua figura è ancora più preziosa.
Vado via e ora scrivo col cuore allo stesso tempo inquieto ma calmo, forte ma commosso, pensando che la mafia non ha vinto, perché non ci ha tolto il sorriso e la possibilità di ricordare Emanuela nella sua gioia di vivere.

E allora quelle domande di senso, persistenti, forse nella forza della vita hanno una risposta: ha avuto un senso la morte di tutte queste persone belle, perché semplici? Non c’era un altro modo perché l’Italia si ridestasse dalla sua narcotizzata anestesia?
I ragazzi hanno bisogno di figure di eroi martiri per essere consapevoli di dover combattere la mafia?
Che loro possano in futuro festeggiare, coi canti e i balli, la nuova Liberazione.

 

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