Home Editoriali Daniele Madau A più di 40 anni da “Padre Padrone”, è un altro, inaspettato, Gavino Ledda
A più di 40 anni da “Padre Padrone”, è un altro, inaspettato, Gavino Ledda PDF Stampa E-mail
Editoriali - Daniele Madau
Sabato 26 Agosto 2017 09:50

Classico è un classico, perché corrisponde a tutte le definizioni che di “classico” si sono date; ma c’è dell’altro: ha segnato profondamente il suo autore e i suoi lettori, una terra, un’epoca. Ha creato dibattiti, anche aspri, e tanti sostenitori quanti avversari, come solo un fenomeno imprescindibile e rilevante può fare. Non basta: ha interessato diverse arti, perché è anche diventato un film acclamato e   un’espressione ormai entrata a far parte della lingua. “Padre Padrone” è sedimentato ormai nella nostra memoria, in quella della letteratura e del cinema italiano e mondiale e, nell’aspetto più interessante, ha rappresentato quel momento di passaggio della Sardegna da una realtà ancora intrisa di segni e detriti del passato, alla mutevole, ambigua modernità.

Di Daniele Madau

Nonostante Gavino Ledda abbia scritto da uomo ormai rinato e riscattato dalla condizione di pastore analfabeta, per noi il testo fu uno shock. Perché? E’ una domanda talmente complessa che, se ci fosse risposta, non potrebbe essere riassunta qui. Pensiamo solo, si parva licet componere magnis, per usare le parole di Virgilio (se è lecito paragonare le cose piccole alle grandi), a come reagiamo quando, da qualsivoglia fonte, scaturisce una offesa o un luogo comune contro noi sardi: con un istinto di difesa e reazione.

Eppure Gavino Ledda, che risponde dalla sua casa di Siligo situata davanti alla casa dei genitori, che, come Baddevrustana, fa parte ormai dei luoghi dell’anima sarda, ha lasciato da tempo dietro le spalle quell’opera bella e invadente, nata, come la grande letteratura, dalle ferite sanguinanti della vita e dalle loro cicatrici, segno di rinascita.

Per me, che l’ho letto solo da poco – ed è una colpa –, quel libro è stato soprattutto un grande esempio di riscatto attraverso la cultura, quindi una vicenda che si rende meravigliosamente universale e, di fatto, attuale.

“Ne avrebbe maggiormente bisogno la società di oggi, di quel suo messaggio di riscatto”, chiosa Gavino, ma questa affermazione è una pietra tombale alla parte dell’intervista dedicata al suo più famoso romanzo, che lui indica, in maniera forte e inappellabile, come scritto in “una lingua morta”. Il senso di questa espressione, lo capirò subito dopo.

La sua urgenza, infatti, è un’altra: come chiuse, con la stesura del romanzo, una parte della sua vita per poi rinascere, ora ne sta vivendo un’altra, caratterizzata dalla ricerca di una nuova lingua, definita “pluridimensionale e pluripatente (che, cioè, è aperta e disponibile, secondo il latino pateo)”,  basata sui fondamenti della scienza e del metodo scientifico.

Gavino Ledda ha una cultura vasta, lo si sente dai rimandi, dalle citazioni, dai ragionamenti che fa; è forse superfluo ricordare che da illetterato è diventato assistente universitario, dopo la laurea nello studio delle lingue antiche, la glottologia.

Questa urgenza, però, è ugualmente sorprendente: all’inizio provo a tornare su Padre Padrone, poi, però, mi sembra giusto dare spazio a questa nuova avventura di Gavino (mi ha chiesto lui di dargli del tu...), che sento totalizzante per la sua persona, così come sembra voler abbracciare l’universo e la natura intera, perché, da glottologo, ricerca una lingua della natura.

E’ difficile da spiegare, anche perché lo svelamento dei suoi particolari e segreti viene riservato agli amici, agli intimi o coloro che desiderano diventarne studenti, o meglio, sembra, discepoli.

In effetti, da come Gavino parla, sembra si tratti quasi di un percorso iniziatico o esoterico, come lo erano quelli di Pitagora o Aristotele (i suoi scritti esoterici, lontani dall’essere magici, erano quelli riservati ai suoi soli discepoli) o, ancora meglio, sembra rimandare a Giordano Bruno o Spinoza, perché ha come centro la natura e un linguaggio che sia insieme naturale e universale: un percorso che interessi tutta la persona, la sua cultura – la mente - e il suo spirito.

Lo studio di questa nuova lingua nesce, però, dopo la scoperta degli scritti di Bohr, Einstein, Galileo e quindi della scienza moderna: è, perciò, una parola non più, e non solo, letteraria ma anche scientifica o, come dice il suo ideatore, elettromagnetica; come nel Rinascimento, quindi, si torna a indagare quei legami non svelati tra tutti gli aspetti della natura.

Di più, però, non posso scrivere: se nascerà un interesse, o una passione, Gavino aspetta i suoi studenti, è uno dei suoi progetti. Grazie all’associazione Eurena – “Europa” nella nuova lingua – ha tante missioni: tra esse, salvare dalla decadenza o dalla distruzione i luoghi di “Padre Padrone”, rendendo così immortale quell’inchiostro e ciò che ha descritto, creando un parco culturale; soprattutto, però, per continuare nella sua nuova vita, quella di creare una scuola, a cui lasciare tutte le sue scoperte e il suo bagaglio di vita. Per sostenerli esiste il suo sito, www.gavinoledda.it.

Tra i motivi che mi hanno suscitato il desiderio di intervistarlo, c’è anche la ricorrenza, in questo 2017, del quarantesimo anniversario del film dei fratelli Taviani, Palma d’Oro al Festival di Cannes, che ha dato risonanza mondiale al romanzo – scritto nel 1975 per la collana “Franchi Narratori” di Feltrinelli -, deflagrato con tutta la sua carica esplosiva nei luoghi sacri della letteratura italiana.

Eppure, nonostante il sigillo al film di Martin Scorsese, che affermò di averlo visto due volte, nonostante il film stesso sia stato categorizzato nel neorealismo, sancendo, quindi, ormai, il passaggio definitivo della vicenda da realtà a cinema, attraverso la letteratura, il dibattito fu grande.

Non ci vogliamo soffermare, però, molto sulla pellicola, già altro rispetto alla storia intima e personale del narratore; abbiamo parlato tanto, e ciò che Gavino mi lascia è il suo desiderio di umanità e confronto, e la sua, spontanea, amicizia: qualcosa di comune in noi sardi? Chissà. Sicuramente la Sardegna, in uno dei suoi centri più piccoli e poco conosciuti, Siligo, ha generato due grandi persone, cosa a cui dovremmo pensare quando riflettiamo sulla scomparsa dei piccoli centri. Chiedo, infatti, che tipo di rapporti ha avuto con Maria Carta; purtroppo, però, mi dice non averne avuto di nessun tipo, a causa della diverse carriere e scelte di vita. Cosa sarebbe potuto nascere dal loro incontro? Chissà.

Siligo, con la letteratura, il cinema, la musica: da un luogo remoto al mondo; da un luogo remoto addirittura a una nuova lingua, pensata da chi, con la cultura, ha saputo, più volte nella vita, rinascere.

 

 

 

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