Home Editoriali Daniele Madau La Sardegna ai tempi dello "Ius soli". Quale futuro per un'isola da sempre terra di “melting pot” e inclusione?
La Sardegna ai tempi dello "Ius soli". Quale futuro per un'isola da sempre terra di “melting pot” e inclusione? PDF Stampa E-mail
Editoriali - Daniele Madau
Sabato 30 Dicembre 2017 11:08

In questa fine di legislatura nazionale non c’è stato spazio per l’approvazione, anche in Senato, dello “Ius soli”, la norma che prevederebbe la cittadinanza italiana per i figli di coppie straniere residenti in Italia, in cui almeno uno dei due sia immigrato regolare da almeno cinque anni. Dello “Ius soli” si è discusso tanto; non, tuttavia, in Sardegna. Ma in una regione dove i tassi di natalità continuano a essere bassissimi e l’invecchiamento della popolazione in continuo aumento, l’attenzione sulle nuove cittadinanze dovrebbe porsi con forza. Come spunto di pensiero per intraprendere un confronto proponiamo questo intervento di Daniele Madau.

Dello “Ius soli” si è discusso tanto; non, tuttavia, in Sardegna. Giustamente o no, la nostra isola è più concentrata su temi per essa abituali, quali il lavoro o, riguardo i partiti identitari, ai quali farò maggiormente riferimento, spinti da eventi europei come i fatti catalani, la riflessione si è incentrata su un’autonomia più ampia o l’indipedenza.

Proprio le formazioni politiche, tuttavia, che si battono per questi ultimi obbiettivi, vorrei che si pronunciassero su di un tema che è quanto di più attuale il contesto sociale proponga come interrogativo di ciò che si sogna e progetta per la propria terra e, specularmente, lo si dovrà affrontare per non restare ancora più isolani e isolati, sia come attitudine di pensiero che come azione pratica.

In una regione dove i tassi di natalità continuano a essere, come da anni, bassissimi e l’invecchiamento della popolazione in continuo aumento, l’attenzione sulle nuove cittadinanze deve porsi con forza.

La riflessione sulla nostra identità e le nostre rivendicazioni, così come  le elaborazioni teoriche sulla nostra forma di governo, hanno sempre – lo scrivo per semplicità, ben cosciente del rischio di generalizzazione – avuto come assioma, come progetto e come obbiettivo una crescita - se non una rinascita - politica, sociale ed economica che fosse fondata sulla riscoperta dei nostri valori, delle nostre tradizioni, potenzialità e, per così dire, “vocazioni” (come quella agropastorale); questo insieme al contrasto allo spopolamento inteso come ostacolo alla emorragia, soprattutto giovanile, dei nostri abitanti. In alternativa, in tempi più recenti,  si è cercato, a esempio – superfluo il richiamo al “Master and back” del governo Soru – di far vivere ai nostri giovani una forte esperienza di formazione all’estero, per poi riversarla nel nostro tessuto sociale: inutile il ricordare il fallimento di quest’ultimo esperimento, pensato magari con nobili intenzioni ma senza tener conto del contesto sardo, che non favoriva il riassorbimento (il “back” ) dei destinatari al rientro dall’esperienza all’estero.

Solamente da poco, sull’onda del riuscitissimo progetto “Case a un euro” di alcuni paesi a rischio spopolamento, che ha suscitato l’interesse soprattutto di residenti all’estero, si è cominciato a ragionare in termini inversi, cioè sul proposito di attrarre persone, appunto, dagli altri paesi, quasi con un – non so quanto cosciente -  rovesciamento di prospettiva che non esiterei a definire storico.

Ecco, allora, l’emergere di proposte simili, come l’istituzione di una zona franca, in alcune aree particolarmente spopolate, per chi acquista una abitazione o arriva a passare il suo periodo di pensione.

Questo rovesciamento di prospettiva mi pare di sicuro più moderno, più adatto al momento storico che la nostra isola, come sempre in preda a perenni, purtroppo, burrasche, cerca di attraversare.

Con la scoperta di questa nuova angolazione, gli intellettuali e i politici sardi - categorie che non sempre coincidono – dovrebbero interrogarsi sul futuro della Sardegna e sui suoi abitanti, anche in termini di “melting pot” e inclusione.

Ora noi siamo sicuramente legati alla legislazione nazionale ma, a livello locale, come gestione degli immigrati, si può fare tanto: esistono molteplici esempi virtuosi, come quello, nonostante alcune recenti ombre, di Riace, dove si sperimenta un’inclusione efficace e produttiva, tanto da diventare modello di studio.

Allargando l’obbiettivo, proprio perché stiamo ragionando del futuro della Sardegna, mi piacerebbe chiedere agli autonomisti, agli indipendentisti e agli animatori culturali sardi cosa pensano dello “Ius soli” come aiuto, se non elemento fondamentale, al freno dello spopolamento.

Non sembri poco scientifico il richiamo storico a una Sardegna come zona di meticciato e di ibridazione di popoli e culture: è la nostra storia e, di conseguenza, potrebbe essere il nostro futuro; lo è, in realtà, di quasi tutte le nazioni e gli stati della terra.

Si tratta di ripensare alla vita dei nostri paesi e delle nostre città alla luce di una nuova idea di sviluppo, la quale contempli un, finalmente regolarizzato, afflusso di immigrati da riconoscere e includere, insieme alla concessione della cittadinanza a coloro che nasceranno in Sardegna da immigrati regolari. A questo si dovranno aggiungere nuove prospettive, a esempio, delle università sarde, le quali dovranno, finalmente, mettersi a combattere per diventare competitive nell’attrarre giovani studenti dall’estero: fatto difficilissimo, lo so, ma non mancano, anche qui, esempi virtuosi come Camerino o Trento. In ultimo, per difficoltà, anche il mercato del lavoro dovrebbe attrarre forza da fuori i confini sardi: qui, però, l’argomento si fa davvero delicato, vista l’attuale situazione drammatica per noi sardi stessi.

Basterà , come via da seguire, solo l’accennare al fatto che se davvero, con l’afflusso straniero, la popolazione sarda crescerà, anche il mercato del lavoro potrà rialzarsi.

Queste tematiche, trattate volutamente solo a livello generale, proposte a coloro che più di ogni altro attuano una riflessione sul futuro socio-economico della nostra terra, come spunto di pensiero per un  rovesciamento strutturale dell’approccio all’idea stessa di futuro della Sardegna, potranno urtare la sensibilità di qualcuno e, in questo caso,  sarebbe bello intraprendere un confronto. A sostegno delle mie idee propongo solo, concludendo, un concetto sicuramente banale ma, ritengo, forte nella sua verità: qualunque sia l’idea di Sardegna che si ha per evitare lo spopolamento e la desertificazione dei nostri paesi e territori, non si deve temere l’idea di una nuova contaminazione di popoli: il non considerare questa prospettiva, invece, potrebbe essere sintomo di debolezza e potrebbe dimostrarsi perdente nella sfida col futuro.

 

(Nella foto Ihlam Mounssif, brillante studentessa 22enne di Bari Sardo (ma originaria del Marocco) e membro di Noi #italianisenzacittadinanza - fonte vistanet.it)

 

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