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Adriano Olivetti e la Sardegna, quando il comunitarismo incontrò il sardismo. PDF Stampa E-mail
Editoriali - Salvatore Cubeddu
Martedì 13 Marzo 2018 15:45

La storia del rapporto tra Adriano Olivetti e il partito sardo nelle elezioni politiche del 1958. Il racconto dell’intellettuale lussurgese Antonio Cossu inviato da Ivrea in Sardegna. Il testo dell’accordo elettorale tra Adriano Olivetti e Titino Melis, segretario del PSd’A(z). Il programma politico-economico-culturale (stralcio). Le elezioni politiche del 1958 in Sardegna.

Di Salvatore Cubeddu

Il 1958 è anno di elezioni politiche, in Italia e, quindi, anche in Sardegna. Nel Psd’ A. si era lavorato agli accordi elettorali già dall’autunno dell’anno precedente.

Alla metà di gennaio del 1958 viene reso di pubblico dominio l’alleanza del Partito Sardo d’Azione con il Movimento di Comunità e il Partito dei Contadini. L’animatore dell’iniziativa, insieme al Par­tito Sardo, è Adriano Olivetti, fondatore, proprietario e manager della società omonima, azienda leader in Italia della produzione delle macchine da contabilità e da scrittura. Già all’inizio dell’anno è pronto il nome della lista (“Comunità della cultura, degli operai e dei del contadini d’Italia – Federazione del gruppi autonomisti”); e il fatto suppone che il gruppo dirigente sardista abbia occupato l’ultima parte del ’57 nei contatti, nella interna discussione e nella conclusione dell’accordo che viene subito diffuso dalla stampa:

Accordo elettorale tra il Movimento Comunità di Adriano Olivetti ed il Psd’A (Ivrea, 13 marzo 1958).

NOMINA DI PRESIDENTE DI GRUPPO POLITICO ORGANIZZATO

I sottoscritti

1.             Olivetti Adriano nato 1’11 aprile 1901 ad Ivrea, nella sua

qualità di Presidente del “MOVIMENTO COMUNITA”’;

2.             Massarino Ermenegildo nato il 14 dicembre 1888 ad Alluvioni di Camiò (Alessandria), nella sua qualità di Segretario del “PARTITO DEI CONTADINI D’ITALIA”;

3.             Roggero Giuseppe nato il 15 ottobre 1921 a Casale Monferrato,nella sua qualità di Segretario della “LEGA DELLE COMUNITA’ DI FABBRICA” ;

4.            Melis Giovanni Battista nato il 19 maggio 1904 a Oliena(Nuoro), nella sua qualità di Direttore del “PARTITO SARDO D’AZIONE”;

Premesso

che, previa deliberazione assunta dai rispettivi partiti e movimenti hanno concordemente deciso la partecipazione alle prossime elezioni politiche per la Camera dei Deputati, assumendo come gruppo la denominazione di “COMUNITA’ DELLA CULTURA, DEGLI OPERAI E DEI CONTADINI D’ITALIA. FEDERAZIONE DEI GRUPPI AUTONOMISTI”;

Nominano

a Presidente del Gruppo Politico sovra descritto il signor OLIVETTI ADRIANO affidandogli tutti gli incombenti previsti dal testo unico delle leggi per le elezioni della Camera dei Deputati (decreto del Presidente della Repubblica 30 marzo 1957, n. 371), ivi compresa la facoltà di presentare il contrassegno a norma dell’art. 15 del testo unico sopracitato ed eventualmente sostituirlo secondo il previsto del successivo art. 16 stessa legge qualora ciò venisse richiesto dal competente Ministero dell’Interno;

e deliberano

di presentare liste proprie del Gruppo Politico organizzato nelle seguenti circoscrizioni elettorali:

I- Torino – Novara – Vercelli ­II – Cuneo – Alessandria – Asti –

III – Genova – Imperia – La Spezia – Savona ­IV – Milano – Pavia –

XIX – Roma – Viterbo – Latina – Frosinone ­XXII – Napoli – Caserta –

XXX – Cagliari – Sassari – Nuoro ­

Letto, approvato e sottoscritto. Ivrea, lì

13 marzo 1958.


Il racconto di ANTONIO COSSU (in corsivo, la nostra intervista è del 1991).

“Comunità” era un movimento culturale, metapolitico si di­ceva allora, e si interessava di problemi culturali così come dell’approfondimento politico. Il punto di maggiore forza era ad Ivrea e nel Canavese, anche se alcune componenti tendeva­no a diffondere le sedi del Movimento, per cui vennero istituiti circoli in Sicilia, Basilicata, Basso Lazio e Toscana.

L’ispirazione del fondatore, l’ing. Adriano Olivetti appunto, muoveva dai motivi filosofici del “personalismo” francese, dall’idea di “persona” e “comunità” contrapposti a quella di “individuo”. Di conseguenza la “comunità” presupponeva un “territorio”, dove l’uomo fosse presente e potesse dominare l’ambiente e mirava alla “politica” in quanto contenitrice e ispi­ratrice della cultura, del lavoro e della democrazia. I soggetti deputati a gestire la cultura sarebbero dovuti essere gli intellet­tuali, mentre per il lavoro e la democrazia venivano messi in ri­lievo e valorizzati i ruoli del sindacato e dell’attività politica.

Io, ogni tanto, rientravo in Sardegna mantenendo i contatti con i miei amici di Santu Lussurgiu, e non solo. Iniziammo una serie di attività che ebbero come sbocco i convegni annuali che, per cinque anni a partire dal 1954, avevano come tema generale la “Sardegna Oggi”.

A questi dibattiti si era interessato l’ on. Piero Soggiu il qua­le, tramite l’Associazione dei Comuni d’Europa, prese presto contatti col Movimento Comunità.

Ricordo che, già nel 1954, ci furono contatti a Ivrea con esponenti del Partito Sardo, ad esempio con l’on. Giangiorgio Casu.

Quando, nel 1958, ci fu l’accordo elettorale, di fronte a qual­che brontolio interno ai sardisti (“ma perchè ci apparentiamo con questi esterni, con questi Piemontesi!”), fu richiamata la storia dei precedenti collegamenti.

In quell’occasione io venni mandato da Ivrea a Cagliari per seguire, con la dirigenza sardista, la campagna elettorale.

Si riprese a pubblicare “il Solco”, come in altre campagne elettorali.

Non mi risulta che il Movimento Comunità abbia dato dei quattrini al Partito sardo per la campagna elettorale. Fornì degli aiuti, degli automezzi, delle vetture (4 o 5) per gli spostamenti. Fornì un certo numero, una decina o una quindicina, di televi­sori per alcune sedi e alcune sezioni e fornì dei manifesti; ma punto e basta.

Olivetti, certo, faceva molta pubblicità in tutti i giornali e ri­viste, e quindi era normale che aiutasse la stampa amica, in questo caso “Il Solco”, il quale, oltrettutto, era un settimanale che non costava moltissimo, fatto in una piccola tipografia, con redattori non pagati.

Io fui mandato per dare una mano nella redazione del Solco, per la quale avevo contatti costanti soprattutto con Pietro Melis, con Titino, Carlo Sanna (allora segretario della sezione caglia­ritana) e con gli altri.

Evidentemente si aveva molto rispetto per l’autonomia di ciascuna organizzazione che componeva la lista, per cui il mio compito si limitava all’incarico ricevuto.

Si puntava a mandare 4 – 5 deputati in Parlamento; le cose non andarono in quel modo e in Italia si elesse un solo deputa­to, l’ing. Olivetti appunto. Politicamente fu un grosso smacco e, unito alla successiva morte (dopo due mesi) del fondatore, con­tribuì alle difficoltà dello stesso Movimento.

Alcune idee restarono, però, e si diffusero.



Il programma prevedeva fra l’altro:

l) Istituzione delle Regioni, con attuazione anche graduale del disposto costituzionale, e tenendo presente la particolare situazione della Regione Altoaltesina nel quadro dell’Unità nazionale. Difesa e potenziamento, al di fuori di ogni equivoco, delle autonomie già esistenti. Riconoscimento della complessa singolarità della città di Roma, da sancire con la creazione di un ampio Distretto regionale o federale di Roma, retto da uno specifico organo di autogoverno, anche nella prospettiva della federazione Europea. I gruppi promotori si richiamano con questa loro azione alle lotte che, ciascuno nella sua tradizione, essi hanno combattuto sul fronte della difesa democratica, in condizioni spesso difficili; e intendono perciò che l’attuale concentrazione sia aperta a tutti i gruppi, i movimenti e i partiti che riconoscono la validità delle esigenze politiche e morali che hanno ispirato il suo sorgere.

2) Riforma della legge comunale e provinciale, per adeguarla all’ordina­mento regionale, e potenziamento delle autonomie locali con l’istituzione della piccola provincia o distretto democratico (comunità provinciali).

3) Creazione di un ministero della Pianificazione Urbana e Rurale, che riassuma gli attuali organi del Ministero dei Lavori Pubblici, del Comitato di attuazione per il Piano Vanoni, della Cassa per il Mezzogiorno. Studio e messa in atto di un piano generale di industrializzazione e di pieno impiego, mediante una partecipazione attiva alla formazione della nuova economia del Mercato Comune. Tale piano generale, dotato di nuovi potenti strumenti tecnici ed organizzativi, dovrà essere intimamente innestato sulla realtà e la struttura democratica delle comunità locali ed articolato in vista del pro­gresso economico e sociale delle aree sottosviluppate, le valli alpine, le val­li appenniniche, le isole e tutto il Mezzogiorno d’Italia. L’elevazione del li­vello sociale del Mezzogiorno e delle Isole deve essere un obiettivo fonda­mentale per tutte le energie del Paese, sia per una esigenza di equilibrio economico nazionale, sia come aspetto primario di un problema di giustizia che da secoli aspetta la sua soluzione e che costituisce anche, come nel caso del Piano di Rinascita per la Sardegna, adempimento di un solenne impe­gno costituzionale.

4) Attuazione di una politica agricola italiana, oggi inesistente, soprattut­to in vista degli irrimandabili problemi posti dal Mercato Comune. “Pur­troppo la congiunta azione della demagogia, di potenti organizzazioni allea­te dei grandi monopoli industriali, della residua mentalità autarchica e di Enti di riforma, ridotti a strumenti di sottogoverno, hanno impedito l’impo­stazione di una politica agraria, la cui carenza è stata pagata dai consumato­ri, dai contribuenti e soprattutto dagli stessi contadini.” La varietà del no­stro territorio nazionale impone una politica ad indirizzi differenziati, sep­pur coordinati, che sfrutti attivamente le possibilità regionali anzichè limi­tarsi ad improduttive protezioni e a improvvisati e caotici provvedimenti marginali. Inoltre è urgente provvedere allo sveltimento del credito agrario ed al suo capillare decentramento; riorganizzare la distribuzione dei prodot­ti delle campagne, per eliminare i danni derivanti da illeciti diaframmi tra produzione e consumo, evitando anche qualsiasi forma di monopolio com­merciale.

5) Decentralizzazione e democratizzazione del potere economico, attra­verso la creazione di Fondazioni autonome di diritto pubblico a fini sociali, culturali e scientifici, comproprietarie dei grandi complessi monopolistici, ivi compresi quelli appartenenti allo Stato.

6) Difesa della libertà sindacale. Garantire, per mezzo della concertazio­ne nazionale, più adeguati minimi salariali e lotta su scala aziendale per una politica economica dinamica di alti salari. Promozione della democrazia in­dustriale (istituzione di consigli sociali di fabbrica), anche attraverso forme di azionariato e di partecipazione agli utili.

7) Rinnovamento della Scuola in vista delle necessità di una moderna società europea, con un adeguato aumento dei bilanci dell ‘Istruzione, oggi del tutto insufficienti.

8) Riconoscimento della necessità del dialogo tra Occidente ed Oriente, come precisa e attiva vocazione europea. La fine della guerra fredda riposa sulla creazione di una unità politica europea socialmente progredita; ed eco­nomicamente prospera, che, fedele allo spirito del Patto Atlantico, promuo­va una politica di pacifica coesistenza e non chiuda gli occhi di fronte alle imponenti realtà delle società extraeuropee. “Su questi punti fondamentali, il Movimento Comunità, il PSd’ A ed il Partito Contadini d’Italia, aderendo a formare la “Comunità della Cultura, degli Operai e dei Contadini d’Italia (Federazione dei gruppi autonomisti)”, articoleranno il loro programma elettorale e la loro futura azione politica”.


L’alleanza comportava certamente una qualche disponibilità fi­nanziaria dato che nei tre mesi che precedono l’appuntamento eletto­rale, vengono pubblicati ben sedici numeri del “Solco”, sotto la dire­zione di G.B. Melis.

Il settimanale sardista conserva la sua tradizionale struttura delle 4 pagine, con la prima dedicata ai fondi politici, all’interno le “cro­nache della regione” (in genere notizie sindacali) e, in terza e quarta pagina, articoli che richiamano i motivi storici e i contenuti dell’ideologia sardista. Quasi in ogni numero ricorrono le tematiche comunitarie e modernizzanti della proposta di Olivetti e, sempre, in seconda pagina è presente la pubblicità per i prodotti dell’azienda (la famosa portatile Olivetti. 22).

Da parte sardista si rileva con soddisfazione che “per la prima volta nella storia del popolo sardo, i Sardi della Penisola sono chia­mati – in Lombardia, in Liguria, in Piemonte, nel Lazio … – a votare per i Quattro Mori”.

Le sintetiche parole d’ordine lanciate dal “Solco” e dagli oratori sardisti vengono così riassunte: 1) i partiti nazionali votati dai Sardi nel 1953 non hanno fatto la politica della Sardegna; 2) promesse non mantenute per l’agricoltura, la pastorizia e per l’industrializzazione; 3) la crisi investe tutti i settori dell’economia, del commercio e del lavoro, comprese le categorie professionali e della cultura; 4) Piano di Rinascita: zero; 5) occorre la redenzione sociale ed economica del mondo rurale; 6) industrializzazione ed alti salari anche per la Sarde­gna; 7) i Sardi della Penisola devono impegnarsi per la loro piccola patria.

Nei giorni in cui l’imprenditore d’Ivrea era presente a Cagliari e Sassari, durante la campagna elettorale, il giornale esponeva il suo “progetto comunitario”: la caratteristica di questo progetto – afferma­va – è quella di considerare una piccola comunità come un ‘unità or­ganica da portare integralmente ad un nuovo livello economico e so­ciale. Proseguendo e allargando l’esperienza in corso in Val Trompia (Brescia), e citando precedenti modelli applicati dai governi inglese e olandese dopo la seconda guerra mondiale, egli intendeva portare una fabbrica in ogni comunità. Al momento c’era l’esempio della sua fabbrica di Pozzuoli; ma la proposta comportava – contestual­mente alla scelta da parte del Governo di una politica economica programmata, e da parte dell’imprenditoria continentale di quella del decentramento al Sud dei nuovi impianti industriali – nei prossimi cinque anni, l’impegno a decentrare cinquecento unità produttive comprendenti dai 500 ai 2000 occupati.

Non è che, chiuso l’accordo, mancassero ai sardisti proposte di aggregazione da parte di altri gruppi politici: i socialisti rinnovarono le proposte per un’ alleanza che fosse in grado di opporsi alla DC e alle destre; pare che anche con i repubblicani di La Malfa, presente all’ultimo congresso, i rapporti proseguissero intensi e non ci si fos­se accordati per problemi di simbolo. Nè è da pensare che la forte opposizione in Consiglio Regionale fermasse la polemica sardista nei confronti delle sinistre, nonostante la comune condivisione di an­tichi problemi, (come si desume dalla partecipazione di Titino Melis, con Lussu e Laconi, a un’iniziativa del consiglio comunale di Carbo­nia per il perenne problema delle miniere).

Le elezioni politiche del 1958 in Sardegna

Il lO aprile 1958 vengono chiuse le liste. Al Senato i sardisti si presentano con i socialdemocratici: col simbolo del.sole nascente so­no i soli Piero Soggiu e G. B. Melis a candidarsi, rispettivamente nei collegi di Oristano e Nuoro. Alla Camera vengono candidati in sedi­ci: nel Partito Sardo è capolista G. B. Melis, mentre Michele Colum­bu, – presente in campagna elettorale con un foglio titolato “Sarde­gna-Italiana” – è l’unico dei sardi candidati a Milano, città dove allo­ra risiede. Il simbolo composito per la Camera rappresentava un qua­drato circoscritto contenente una campana con cartiglio; losanga in cui è inserito un grappolo d’uva, vanga, spiga e ramo d’olivo con scritta trasversale “Partito dei Contadini; sullo sfondo una linea spezzata rappresentante una fabbrica stilizzata con ciminiera a fianco di un campo quadrisezionale con le teste dei Quattro Mori.

L’ultimo comizio, quello di Piazza Yenne a Cagliari, tocca a G. B. Melis, il quale, per la circostanza, riprende i temi che gli sono cari: i partiti nazionali si preoccupano di tutto tranne che dei problemi della Sardegna; solo il Partito Sardo può riassumere ed esprimere la volontà unitaria di rinascita del popolo sardo e, ad un tempo, costi­tuire, per la sua lunga e nobile tradizione di lotta, l’assoluta garanzia di difesa delle libertà democratiche contro ogni tentativo di regime, contro l’invadenza confessionale, contro le forze del “privilegio” economico e contro le sovversione anticostituzionale delle destre no­stalgiche e della sinistra bolscevizzante. I sardisti respingono la trop­po comoda alternativa che la DC e il PCI pongono agli elettori: occorre, afferma G.B. Melis, ridimensionare la DC per bloccarne il processo degenerativo antidemocratico, il malcostume politico, il sottogoverno periferico, l’invadenza e lo strapotere in ogni settore della vita pubblica; e negare il voto al PCI che, ogni giorno di più, dimostra in Italia e fuori il suo vero volto, totalitario e negatore di li­bertà, ancora succube, pur dopo gli orrori di Budapest, alla politica dello Stato – guida sovietico. L’oratore sardista rileva anche che il PSI si dibatte nell’incertezza e nell’ambiguità, specie in Sardegna, ove il frontismo di Lussu ribadisce, contro i fermenti autonomisti della sua stessa base, la sudditanza socialista verso il comunismo.

Ma anche la DC gioca le proprie carte in quelle ore. Antonio Se­gni, in un pubblico comizio, a Cagliari come a Sassari, annunzia l’impegno di proporre al Parlamento, subito dopo le elezioni, una legge speciale per la Sardegna, in vista dell’ attuazione dell’ art. 13 dello Statuto autonomistico. Il partito di maggioranza espone la cre­dibilità di uno dei suoi uomini più rappresentativi, e al culmine della campagna elettorale.

Il leader democristiano dice di più: il progetto mira a realizzare un organico piano per la rinascita economica e sociale dell’Isola: com­pletamento dei programmi di irrigaziazione; sviluppo delle trasfor­mazioni dei terreni asciutti per renderli suscettibili di nuove e più redditizie colture; incoraggiamento dell’istruzione professionale, an­che come mezzo per combattere la disoccupazione; espansione del turismo; intensificazione e miglioramento delle comunicazioni.

Nei punti fondamentali viene riassunto quanto di più articolato e sperimentato avesse prodotto l’elaborazione sardista e, almeno sulla carta, molte delle rivendicazioni portate avanti dalle sinistre.

Non si tratta solo di un piano di rinascita ma, ben di più, di un’au­to-proposizione egemonica da parte della Democrazia Cristiana.

ANTONIO SEGNI. Rispondendo alle domande de “La Nuova Sardegna”!”, sul lega­me tra industrializzazione e punti franchi, A. Segni affermava che lo Statuto sardo prevede la creazione in Sardegna di punti franchi; questo precetto deve essere attuato in modo da consen­tire nell ‘Isola (che può essere favorita dalla sua posizione geo­grafica) la lavorazione di materia prima straniera per la riespor­tazione (ad esempio prodotti petroliferi).

Consapevolmente, nel 1958, il leader democristiano sassarese re­cepiva l’antica proposta sardista della zona franca e, seppure la pro­pria ipotesi di industrializzazione si fondasse ancora prevalentemen­te sulla trasformazione dei prodotti locali (il sughero, ad es., e l’utiIizzo del carbone come fonte energetica), annunciava come possibi­fili per il futuro quella trasformazione dei prodotti petroliferi che sa­rebbe stata la carta vincente da lì a qualche decennio. Ma, prima che tutto quello succedesse, nella promessa elettorale di questo anno la DC lanciava finalmente la sperimentazione del binomio ideologico autonomia-rinascita su cui fino ad allora si erano sbracciati i sardisti e le sinistre. La piattaforma, su cui avrebbero costruito la propria for­oma i “giovani turchi”, era ormai pronta.

Neanche le elezioni politiche 141 del 26 maggio 1958 portarono soddisfazione al Partito Sardo d’Azione. 127.799 voti della Camera, che facevano scendere il 6% delle regionali dell’anno precedente al 3,88%, in pratica equivalevano ai 25.019 del 1953, dato l’aumento degli iscritti e dei votanti. Ancora una volta era la provincia di Nuoro a tenere, con il suo 7,5%.

Nemmeno Titino Melis era riuscito ad essere eletto. Della lista, il solo Adriano Olivetti era entrato al Senato e, dimessosi, aveva la­sciato il posto al sociologo Franco Ferrarotti.

La sconfitta era bruciante e creava qualche sconcerto persino tra i sardisti. Se ne fa portavoce lo stesso direttore de “L’Unione Sarda” Fabio Maria Crivelli, rispondendo alla sorpresa di un lettore:

“Ne approfittiamo per esprimere la nostra simpatia ad un uo­mo che da molti lustri, con raro impegno morale, ispirandosi ad una problematica oggi solo in parte assorbita dagli altri partiti, combatte la sua coraggiosa e feconda battaglia politica: G. B. Melis.L’elettorato, sensibile a suggestioni che sono estranee agli interessi della sua terra, non ha voluto mandare a Montecitorio l’avv. Melis, con questo rinunciando a farsi rappresentare da un patrocinatore retto, coerente e preparato. Ne siamo dolenti e ci auguriamo che il partito di cui G.B. Melis è l’espressione possa giovare alla Sardegna almeno nell’ambito della politica regio­nale inserendosi con tutta la sua autorità nel governo della cosa pubblica”.

(Il brano è tratto, a partire dalla pagine 237 ss, da SARDISTI, viaggio nel Partito Sardo d’Azione tra cronaca e storia, VOL.II).

Fonte: www.fondazionesardinia.eu

 

 

 

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