Home Zeitgeist Per essere taciturno quell’ombroso di Soru parlò e fece parecchio
Per essere taciturno quell’ombroso di Soru parlò e fece parecchio PDF Stampa E-mail
Zeitgeist - Zeitgeist
Mercoledì 19 Settembre 2012 00:00

Di Marcello Fois

Quando nel 2009, per tenere fede agli impegni presi, Renato Soru anticipò la caduta del suo governo in Sardegna sbagliò qualche valutazione fondamentale: rivolgendosi ai sardi pensò che stava parlando ai padroni di casa e invece stava parlando agli inquilini. E poi ancora pensò che avrebbe raccolto i frutti dell’essersi adattato a una grammatica politica che non gli apparteneva. Non considerò che proprio l’aver disobbedito a quella grammatica l’aveva portato in alto. E non considerò che all’interno della compagine consolidata di finti avversari, compari di destra e di sinistra, in cui si era infilato non c’era, e non ci sarebbe mai stato, un posto per lui.

Errori gravissimi, considerabili veniali per un imprenditore che voglia mettersi a disposizione del suo territorio, ma imperdonabili per chi decida di fare il salto di qualità verso la politica attiva. In politica ogni svista ha le sue conseguenze, immediate o a largo spettro che siano; percepite o ignorate che siano. In politica è sacrosanto prendersi la responsabilità di decidere. Quelle elezioni anticipate in buona fede furono la crepa dentro alla quale prosperò lo slogan del “tornare a sorridere”, il territorio della più strepitosa campagna elettorale che la nostra regione avesse mai visto. Così, certo di parlare ai sardi, Renato Soru parlò ai vicari locali, ai portinai di quel condominio in affitto, ai guardiani di quel canile, e osò promettere lacrime e sangue.

Disse ai costruttori che la strada del cemento era quella sbagliata e che un territorio che non difende se stesso rischia di non avere alcunché da offrire; disse che l’impulso all’edilizia locale poteva risolversi nell’affrontare la bruttezza di paesi non finiti che ci circonda, nella riqualificazione dei centri storici e nel conseguente recupero della storia che ne conseguiva. Disse ai pastori che la via della modernizzazione della libera impresa li avrebbe portati in Europa mentre la strada dell’assistenzialismo, del minimo garantito, li stava relegando in Barbagia.

Disse ai minatori l’amara verità sul fatto che la miniera, così come era stata concepita fino a quel momento, era solo un parcheggio per occupati, che si doveva trasformare quel territorio da porzione estrattiva a Silicon Valley locale dove si potesse produrre in loco alta tecnologia pulita piuttosto che materiale non pregiato, sulfureo, costoso e assolutamente non competitivo. Disse agli industriali che il loro compito non era di concedere lavoricchio ai trogloditi locali, ma di inserirsi in una politica del territorio che tenesse conto delle sue peculiarità.

Per essere uno che parlava poco quell’ombroso di Soru parlò parecchio: provò a spiegare con parole sue e pause lunghissime che l’orgoglio è un materiale attivo non certo un’etichetta, ma che, come tutti i materiali attivi, comportava il fastidio di esercitarlo in prima persona senza che fossero altri a farlo per noi. E lì si sbagliò di grosso, perché parlava a persone che da troppo tempo non esercitano il possesso di se stesse. Parlava a politici di lungo corso; parlava a gente che è disposta a tutto fuorché a cambiare la propria stabile situazione di assistiti fuori corso; parlava ad assidui frequentatori di abusivismo, a una caterva d’invalidi sanissimi e pastori senza una pecora; parlava a imprenditori che hanno fondato sul nero la propria attività; a un esercito di funzionari sistemati dal Cencelli piuttosto che dalle loro effettive competenze, parlava agli intoccabili dirigenti di enti inutili, presidenti, segretari, consiglieri; a giornalisti imbelli. Parlava ai santoni della sclerotizzata accademia locale.

Era come parlare a piromani che s’ingegnano di mantenere il proprio lavoro provocando incendi. Era come raccontare ad un lupo la fiaba di Cappuccetto Rosso. Oggi si aspetta un differimento ulteriore, un mese, forse un anno, prima di strappare quel cerotto che abbiamo attaccato alle ferite Sulcis, ALCOA, Ottana, Porto Torres, Sarroch, Portovesme. In Regione intanto i consiglieri, compatti, aspettano di maturare la pensione prima di pensare ad un’eventuale crisi del governo locale. Tutti questi eroi della patria sono più interessati a capire come possono riciclarsi piuttosto che mostrare un barlume di orgoglio.

Io spero che Renato Soru alle prossime regionali non si ricandidi. Credo che il suo apporto esterno, senza ricatti, sarebbe la libertà d’azione di pensiero di cui abbiamo bisogno. Si può e si deve fare politica per la Sardegna anche fuori da Viale Trento, anzi soprattutto fuori di lì. Se fossi Soru non ci penserei nemmeno per un istante a candidarmi per il 2013 con buona pace dei progressisti locali che, anziché andare in pellegrinaggio ad offrirgliela loro stessi la candidatura, si sono già riservati un posto in prima fila per farlo cadere un’altra volta se facesse quell’errore.

 

Aggiungi commento


Joomla templates by a4joomla

Questo sito utilizza cookie, anche di terze parti, per migliorare la tua esperienza e offrire servizi in linea con le tue preferenze. Cliccando sul pulsante “agree” acconsenti all’uso dei cookie. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie consulta la sezione dedicata facendo click su “privacy policy”. To find out more about the cookies we use and how to delete them, see our privacy policy.

I accept cookies from this site.

EU Cookie Directive Module Information