Facciamo come in Scozia Stampa
Editoriali - Altri autori
Domenica 22 Gennaio 2012 00:00

di Massimo Dadea

Con molta probabilità nel 2014 gli scozzesi saranno chiamati a decidere, attraverso un referendum, il loro distacco da Londra. L’indipendenza della Scozia dal Regno Unito è un’eventualità molto concreta, resa possibile dalla conquista, da parte dello Scottish National Party, della maggioranza dei seggi nel Parlamento di Edimburgo nelle elezioni del maggio 2011. La Scozia, con i suoi cinque milioni di abitanti e i suoi importanti giacimenti di petrolio, darebbe così l’addio alla Gran Bretagna, rompendo l’Atto d’Unione del 1707 che portò alla fusione dei due Parlamenti. Nei mesi scorsi la Catalogna ha fatto le prove generali, attraverso una serie di referendum comunali autogestiti, di quello che potrebbe essere l’esito di una consultazione popolare sulla sua permanenza in seno alla Spagna: una maggioranza di consensi a favore dell’indipendenza.


Sono segnali importanti che cadono in un momento in cui l’esistenza stessa degli Stati nazionali viene messa in discussione da una perdita crescente di quote di sovranità a favore di entità sovranazionali: la Comunità europea, la Bce, il Fmi, le società di rating, i grandi gruppi bancari. Quello che sembra delinearsi è sempre più l’esigenza di una Europa incentrata sulla generosità dei popoli e sempre meno sull’ egoismo degli Stati. Il Vecchio Continente potrà ancora avere un futuro sullo scacchiere internazionale solo se quanto prima si trasformerà, da una serie di Stati nazionali che si mettono insieme per convenienza e interesse, in un’entità politica ed economica coesa, capace di reggere l’urto delle economie emergenti, ad iniziare dai Paesi del Brics (Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa).


In questo quadro appare quanto mai anacronistico attardarsi a rivendicare per la nostra isola un nuovo Statuto, un nuovo patto costituzionale con lo Stato italiano che riconosca alla Sardegna una più corposa sovranità. Dimenticando che a sottoscrivere un patto bisogna essere in due e in questo momento non sembra che l’Italia sia minimamente interessata. E poi, perché lo Stato italiano, dopo aver decretato con le proprie inadempienze la fine dell’Autonomia speciale, dovrebbe essere interessato a sottoscrivere un nuovo patto che preveda più poteri e più sovranità? Siamo sicuri che l’interesse della Sardegna, del popolo sardo, sia quello di rinchiudersi negli angusti orizzonti dello Stato italiano? Perché la Sardegna, che è popolo e nazione, così come la Scozia e la Catalogna, non  non può aspirare a diventare a pieno titolo parte integrante dell’Europa dei popoli, senza alcuna intermediazione?


Sono queste alcune delle domande alle quali bisogna dare risposte immediate, senza attardarsi ulteriormente in una stucchevole diatriba, che va avanti oramai da decenni, sugli strumenti, i percorsi, le sedi, dove riscrivere lo Statuto: l’Assemblea costituente, il Consiglio regionale, il Parlamento. Oramai l’hanno capito in tanti: gli ordini del giorno unitari, poi regolarmente disattesi, gli appelli autoesortativi, le sparate demagogiche e strumentali, nascondono l’incapacità del Consiglio regionale a trovare soluzioni innovative, l’assenza di una elaborazione originale, la scarsa volontà di percorrere strade nuove ed inesplorate, di infrangere tabù ritenuti intoccabili.


Fanno un po’ sorridere le frequenti preghiere rivolte allo Stato italiano per elemosinare un di più di sovranità, magari in materia fiscale. Questi appelli tradiscono una visione subalterna e genuflessa dei rapporti istituzionali, tipica di chi pensa che la soluzione dei nostri problemi debba essere affidata ad altri, al solito “messia” che viene da fuori: sino all’altro ieri era Berlusconi, oggi chissà. Eppure sembrerebbe così semplice: devono essere i sardi a decidere del proprio destino, a scegliere all’interno di quale orizzonte, l’Europa, l’Italia, la Sardegna stessa, possano trovare una più compiuta realizzazione i bisogni di autogoverno e di autodeterminazione.


(questo articolo è stato pubblicato su Sardegnademocratica.it)

 

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